martedì 25 agosto 2015

Esperimenti di fine estate..

È così negli stralunamenti notturni rinnovo l'appuntamento coi miei desideri escatologici ma vago in cerca di arnesi adatti a maneggiare questa valvola di sfogo usa e getta. E sono ore di sonno perse, di lucidità buttata in un impiastro di foglio, sì, alla ricerca di un ordine sconosciuto che si adatti alle escrescenze di questo magma ribollente, ne valesse la pena, come se le agitazioni sotterranee che covano sommosse ed esplosioni possano essere disciplinate, domate, e infine incasellate in architetture cristalline, oh sì sarebbe bello ridurre tutti gli affanni ad un libretto d'istruzioni tascabile, di carta ecologica, ognuno la sua soluzione ed ogni cosa al suo posto. Ma grava sulla testa una condanna a qualcos'altro, e pesa come una spada di Damocle. Malgrado il fascino ossesso, l'attrazione ostinata, la mania e il bisogno, il bisogno imperante dell'ordine, questa bussola persa prima ancora di poter ca(r)pire il mio Nord, bussola di un senso a portata di mano, una direzione un porto per le mie debolezze alla deriva, quest'ordine amante smarrito, mai conosciuto.. che esista poi? Che non sia sogno? E sogno infernale, subdolo, guida seducente col suo prontuario di moine da sommelier di etere antico, a cui affidare senza esitazioni la sete di beatitudine, salvo poi cadere a terra stordito da calici di repressione stagionata, risvegliarti cosciente nelle geometrie precise di un'impalcatura tanto precaria quanto spietata, sotto il cui peso annaspa adesso il tuo ritrovato e tanto atteso posto fisso di condannato a dissipazione, una dissipazione di forze ancor peggiore, a una disperazione che diviene rancida, a una lotta che diviene doppia. Meglio un autodafé proclamato senza appello dal proprio ego inquisitore che una camicia di forza e la compagnia della guardia carceraria che soffia sulla tua sbobba di sostentamento.. No! Tutto questo lo rifiuto. Non spacciatemi panopticon per i migliori dei paradisi. Non sono un'edonista né una pecora in cerca del conforto del pastore e della mangiatoia smarrita prima di essere sgozzata. Non così, non questo, un'altra via. Indolore, incolore, reale, realmente una risoluzione e l'unica, unica via possibile.. é possibile racchiudere tutte le inquietudini in un pugno e gettarle al rogo col soffio di quello che resta nei polmoni, mai più il problema di passarle in rassegna e trarre un po' vita dai malanni e sollievo dagli affanni del soffiarci sopra ad una ad una perché brucino di meno. Liberare il corpo macilento, arsenale di eritemi ardenti e cicatrici macabre con cui mi trascino in giro sotto il vento basso colla pressione alta, per le stradine di vita che implode lentamente e in un delirio in crescendo sull'orlo della nota decisiva, nascosta all'orizzonte lì davanti da qualche parte invisibile, inafferrabile, e incedere furiosa verso di essa- verso di lei, contro, attorno, sopra, avvolgerla, afferrarla, ma anche solo riconoscerla!- tra i sotterranei di spartiti labirintici, spettrali segni d'inchiostro sfatto, infiniti, e il delirio che cresce, cresce silenzioso, muto e mutilato, ché non ha la forza di sostenere se stesso e si struscia lungo i muri della notte sotto il cielo radioattivo di un'Hiroshima lacerata, e graffia, graffia nella terra, le unghie consumate, i polpastrelli privati da tempo immemore della loro sensibilità, avidi, inarrestabili, bramosi di morte, morte ancora e più potente da poter sentire, più penetrante da potersi vedere, e che sia uno scoppio, un botto dal potere non persuasivo ma pervasivo! Un eterno fatale e definitivo botto, una biscia nera che si ritiri e poi si estenda e si insinui tra le palpebre e le meningi scricchiolanti e finalmente inietti il suo veleno catalizzante, decreti, favorisca la fine di questo infinito brancolare alla ricerca della fine. Nebbia. Nuvole. Invoco tuoni senza lampi, senza futili incandescenze o lumi, una tempesta chiara come il vuoto, semplice come l'origine che precede il caos, risolutiva come il termine di un'onda che cresce, che sale e s'infrange presso la scogliera gelida, irremovibile. Uno schianto e poi nulla più. Obnubilamento. Oblio. E più non dover vivere nella paralisi.

lunedì 6 luglio 2015

Chiare, fresche e dolci un cazzo

Considera il mare
Limpido, una promessa estiva
La beatitudine incosciente 
Di fine giugno.
Il bagnasciuga in cui smarrirsi le membra 
Giovani, fresche
Nel tepore di un sole violento
Che calpesta la sabbia 
Fino a farla bruciare
Che sfianca e sfinisce le preoccupazioni
E l'andirivieni delle onde
Che trascina le turbolenze.
E corriamo verso il mare
Infinito, amichevole.
Verso sogni di felicità a poco prezzo.

Considera la civetta 
Che la sento infaticabile, tenace
Lanciare i suoi richiami alla compagna 
All'altro lato della casa
In un continuo gioco di rimandi, 
Di scambi di biglietti tra adolescenti infatuati
Dell'amore innocente fra i banchi di scuola
In trepidante attesa del trillo dell'ultima ora. 

Considera la voglia di ballare
Le scorpacciate di serate in piazza
Le minigonne, il mascara, 
La musica oltre la soglia normale di decibel
Che padroneggia i volteggi di chiome vaporose..
Le guance fresche, i colli profumati
La vodka col ghiaccio, le partite a biliardo
Gli incontri studiati di sguardi, 
I saluti, i sorrisi smaglianti.

Considera il mare
Intessuto delle urla anonime 
Di anime disperate che risucchia, 
Di esuli viventi che vendono l'anima
Allo scafista di turno 
Per una promessa di libertà mancata.

Considera la civetta
La sua ricerca estenuante 
Le grida dolenti che si perdono 
Agli angoli macabri delle strade 
Avvolte dal buio umido della notte senza termine
Nel brusio tenebroso di grovigli di rami fitti,
Dove l'altra é stretta e ansimante 
E sola e sperduta 
Tra stenti e disperazione 
Colle ultime riserve del suo lamento
Fa eco a quell'impotenza condivisa.

Considera la voglia di gridare
Contro quei ritornelli pop fasulli, 
Che ti sfondano i timpani e t'insultano i neuroni
E ti spacciano tutto questo come 
La droga più appetibile..
E considera la voglia di urlare
Più forte di quei rimbombi di mani in aria
Incitate dalla fluorescenza rintronante  
Di luci al led colorate e ipocrite 
Che mascherano il buio, ma non lo squarciano.
Quegli inni alla giovinezza idioti e ingannevoli 
Le labbra a culo di uccello rosse e scintillanti,
Per attirare a bella posta la prossima preda cretina
Le guance intrise di fondotinta e non di rabbia.

Considera che non ti conosco
E scrivo rivolta ad un ipotetico tu
Per ingannare la maledetta solitudine
E rimediare a questa ridicola incapacità a bastarmi,
Per ripartire le mie frustrazioni sceme 
Come coi titoli di Borsa
Come fosse possibile suddividere e alleggerire
La trama infinita di uno sconforto 
Senza cadere in paradossi insolubili
E vivere ancora nella speranza, 
Sempre frustrata e sempre rinnovata,
Che da qualche parte 
Quei "tu" esistano.

giovedì 5 marzo 2015

Cin cin, è la fine dell'uomo

Sentire gli occhi
Saturi di stanchezza
Vacillare sotto questa luce
Troppo forte da sostenere.
Non è la luce redentrice
Verso cui strisciano i sussulti di speranza
Diafani, e asfissiati
Dai nostri oceani d'insalubrità quotidiani.
È quella che percuote
Ti ricorda che sei lì
Frutto di quest'abiezione universale
E ad essa incatenato.
È quella che disillude, squarcia
I tuoi sogni d'abdicazione,
Vanagloria del risentimento
Che trascini in questo mondo
A causa di esso
E rivolto ad esso.
È quella che ti acceca d'evidenza:
Per quanto tu dichiari
Di aver licenziato ogni certezza obnubilante
Ogni sporco ideale, ogni umana depravazione,
Per quanto tu possa
Sinceramente sentire
Di aborrire un mondo, e lenire
Le frustrazioni nate
Da questa eletta presa di coscienza
-quale abile compiacimento-
Nel dirti pronto a distaccartene
Sarai sempre da esso intimamente posseduto.
Ché dal momento in cui ti ha generato
Ha instillato in te la gemma inveterata
Della sua essenza mortifera
Stigmate dell'essere moderno e
Suscettibile di dissipazione
Solo tramite totale annientamento.
E aggrappato a sogni di rivoluzione
Edifichi e covi utopie
Ancor più abbacinanti e deleterie
Della vita contro cui le scagli,
Proprio perché ogni rivoluzione
È tale solo in potenza
Ed è nel momento dell'atto
Che essa diviene negazione di se stessa
Trasfigurata in aberrazione
Contaminata da impulsi insolubili
Inclini alla reiterazione
Essenza e condanna della condizione umana.
E sotto l'influsso di questa fulminea apostasia
Patrocini la tua insigne causa
Di disertore d'illusioni contemporanee
Appellandoti, in nome della Verità,
A chimere future.
E dalla tua finestra protesa sulla vita
In movimento lungo le strade della notte
Nella frenesia di un andirivieni
Cristallizzato, sedato
Dalle sue odissee quotidiane
Individuali e individualizzanti,
Ti diletti,
Dall'alto della tua fiera indignazione
Col tuo vizio di superbo rincrescimento,
A scoccare frecce di anatemi cocenti
Contro la scipitezza metastatica
Di quel mondo perso
Tra risa e bicchieri di gin
Che brinda incosciente
Del tuo ancor più insipido sciorinare.
Cin cin, è la fine dell'uomo.

giovedì 19 febbraio 2015

Risvegli

"Nella profondità dell'inverno,
ho imparato alla fine che dentro di me
c'è un'estate invincibile”


Una luce nuova
Trapassa il cuore
All'improvviso
Come ti svegliasse dopo un lungo periodo di degenza
Di deficienza visiva e di paralisi mentale
Ne percepisci la violenza
Sveglia d'un tratto ogni tua funzione vitale.
E tu che fin prima di quell'indefinibile momento
Ti ostinavi alla clausura di un'illusoria cecità
Al riparo da ogni possibile tormento
Nella calma piatta della tua quotidianità
Tanto vantaggiosa eppure tanto spietata
Perché non ti s'addice
Contro natura.
E tu intrisa di sin troppo razionali sovrastrutture
E di auto convincimenti dettati da spregiudicati calcoli
E di incoscienti paure,
Con cui scacciavi l'evidenza aggirando gli ostacoli
Senti ora in te crescere la voce sfrenata
Della necessità redentrice
Sublimata nell'inno che ogni vigliaccheria abiura.

giovedì 12 febbraio 2015

"Se mi vuoi bene piangi"

Te ne sei andata così, quando tutti meno se l'aspettavano
Eppure per me era così palese
Che il tuo tempo fosse al limite massimo consentito
Te ne sei andata così, tra il sorgere del sole
E lo sbiadire della luna.
Alba e tramonto, in congiunzione
Come in ogni cosa.. Il cui inizio è in sé, in potenza, fine.
E t'hanno portato via
Prima che potessi rivederti.
Ma in fondo è stato meglio così,
In fondo non ne avrei cavato niente di buono
Perché in fondo le tue guance incipriate
E le labbra dipinte da un rossetto ipocrita
Mi avrebbero fatto solo rabbia.
Federica ha visto le tue mani gonfie
E ha urlato per l'impressione
"Perché non le avete truccate!"
E io lo trovo così stupido, e ingiusto, e così
Dannatamente privo di senso
Che uno non possa nemmeno nella morte
Essere in pace, lasciato libero
Incontaminato da tutto questo
Nostro marcire pullulante in ogni angolo della terra,
Che dalla terra ci divide
Fino alla fine e oltre.
E questo nostro esibire, questo vuoto dimostrare
Questi gesti convenzionali e queste
Parole vuote e obbligatorie
Una prassi atrofizzante.
Perché non un semplice silenzio?
Perché il bisogno di riempirci gli animi
Di un conforto insincero,
Di discorsi stereotipati, pieni di finto buonismo
Necessari e previsti,
Come uno scontrino battuto
Dalla cassiera di turno
Annoiata e distratta
Che mastica chewing-gum.
Perché queste raccomandazioni
E questi elogi alla memoria del caro
Non-più-qui-presente defunto
Il cui lume e insegnamenti
Terremo in noi sempre vivi e incisi ecc ecc..
Ché se fosse stato un maniaco, o un violento e ubriacone
Una persona spregevole, un egoista,
Un assassino, o semplicemente assente..
Non importa.
Ma quali luci e insegnamenti potremmo mai trarne?
E perché questa rintronante chiosa finale
Sull'amore, la pietà, la bontà di un dio invisibile
Che si ripete come il refrain
Di una canzonetta in un nastro incagliato.
Così sto alla tua sinistra un po' irritata
E destabilizzata, getto occhiate sulla bara
Addolcita da una coperta di fiori bugiarda.
Cerco di rievocare i ricordi che ho di te, mi sforzo
Ma mi accorgo che non ce ne sono poi
Di così incisivi, significativi
E penso a quello che mi raccontava mamma
Delle tue scenate deliranti,
A casa, in presenza di mia sorella e me piccole
E alle teorie di Freud sulle rimozioni
E le devianze dell'inconscio..
E penso che è tutto così confuso
E privo di senso
Come questo ridicolo rituale e questa bara da 2700 euro
In nome e nella grazia di quel buon Dio celeste.
E sento mio zio appena arrivato al cimitero che parla forte,
Col suo solito, irritante bisogno d'attenzione
E i risolini e le chiacchiere inutili
Di tutta questa gente sconosciuta
Dopo un "che la pace sia con voi" e un segno di croce
Col sangue che metabolizza il corpo di Cristo
Ingerito mezz'ora prima
E fisso il becchino sigillare il tuo corpo
Nella carcassa di marmo gelido
Per la quale ancora non riesco a non provare orrore
E nel frattempo resto muta,
Così come credo sia più giusto e rispettoso,
Cercando di stabilire un contatto
Con te solo
E sento una velata nostalgia
Ricoperta e sopraffatta dal rammarico
Per quella persona che ho solo così superficialmente conosciuto
E di questo mi dispiace.

Fin.

Ogni inizio è una fine. Ed è una legge universalmente valida che sta scritta a chiare lettere nella nostra stessa limitata condizione. Ché se volessi provare a negarla saresti perfettamente cosciente dell'inganno perpetrato a te stesso. E infatti tu, come me, sapevi. Sapevi già al principio, riguardo il principio, che esso non si sarebbe risolto altrimenti che nel suo opposto. Ed ora si potrebbe impiegare una vita intera.. per sondare le molteplici possibilità e tentare di sciogliere il tanto antico dilemma dell'essere o non essere che l'umanità tutta può lasciare catatonica; e comunque non risolverlo, né nell'ansia che precede un inizio incerto né nell'amaro sconforto che segue ogni fine. E quale sterile vanità tentare. Cercare formule per qualcosa d'inspiegabile. Scandagliare l'insondabile. Vanità della vanità. Ma non si può fuggire alla Scelta. Ogni inizio è una fine, ma se poi, in quanto tale, questa fine è così indissolubilmente legata ad una perdita, ad un rimpianto, tanto vale erigere un muro e bloccarla sul nascere? Ogni inizio è una fine, ma..sì, banalmente, senza fine non c'è inizio. E tu, con me, hai deciso per l'essere. Hai scelto la fine. O forse, lei ha scelto per te, ha scelto per noi. E non l'ha fatto in quei momenti d'ultima incertezza poi annullati nell'unanime risoluzione.. Non l'ha fatto solo quando, in quella disputa tra cuori straripanti moniti di gioia e ragione, adombrata ma comunque titubante e sempre pronta come un campanello d'allarme, quest'ultima sopraggiungeva ad afferrare e scuotere - in quei rari istanti - i nostri corpi meno leggeri, che riacquistavano così quel briciolo di sensibilità alla forza di gravitazione, tale da concederle un minimo di voce in capitolo contro la smania irrefrenabile e irrazionale di quei battiti perpetuamente accelerati. In quelle giornate passate ad ignorarci pubblicamente per poi ritrovarci, come in una specie di segreta intimità non ancor priva di imbarazzi, a ragionare e delirare su possibilità e paure, progetti e speranze, prospettive incerte, come due stupidi adolescenti infatuati e ciechi quali eravamo. No, il germe della fatidica decisione, il verdetto finale già aleggiava e si impresse nell'aria, in una sola notte, in un unico istante, sotto un cielo di stelle e illusioni cadenti, che per assurde superstizioni ci sembrano a volte farsi realtà, un patto autoimposto e da noi accettato e riprovato con discorsi confusi e parole tremanti come le tegole di quel tetto in bilico tra realtà e utopia, tra il reale e il possibile che si fece d'un tratto fattuale, palpabile, decretando la fine di tutti i contrasti di quell'attimo: tra la luna e il mare, tra l'imminente abbandono di ogni sicurezza liceale e l'approdo verso qualcosa d'imperscrutabile, tra la tua solitudine e la mia; e il fondersi di essi nell'inizio di questa nuova fine, suggellata da un bacio avventato. É lì che tutto é cominciato un po' a perire, un turbine improvviso e con una vitalità tale da sconvolgere e avvolgere le nostre vite, prima ancora di concederci una presa di coscienza, e sì da rendere impossibile, a posteriori, anche il solo immaginare di poter negarci ipocritamente quell'accidente. Perché tale é stato, non una nostra creazione, anteriormente elaborata - o anche solo immaginata - ed attuata per volontà nostra, ma un automatismo incalcolabile, dettato da quella necessità ontologica che causalmente regola i fatti, fatti che appaiono perlopiù incomprensibili alla nostra visione striminzita, incapace di cogliere determinati schemi, determinate leggi che la trascendono eppure la guidano a sua insaputa. E come opporsi alla volontà della natura che fa e disfa a suo piacimento, noncurante di mostrare tutta la fallacia e la miseria delle nostre aspirazioni, le quali altro non fanno che scontrarsi inevitabilmente e gridare contro di essa, rivendicando se stesse coll'aiuto d'illusioni che ostinati conserviamo, perché per noi nutrimento indispensabile allo spirito, elán vital? Ogni inizio é una fine. Tutto in fondo si riduce a questo: è una specie di tautologia, un assioma naturale e l'unica scelta che tu possa fare sta nella misura e nel modo in cui decidi di adattarti. Così ti osservavo assorto nei tuoi orizzonti tanto lontani, perso nel tuo mondo da bambino in cui tutto appare così semplice e innocente, ogni cosa nel giusto ordine, nessun artificiosità né enigmi; guardavo i tuoi occhi assetati di quegli attimi, persi in luoghi a me ormai inaccessibili, che erano solo tuoi e così distanti dalla mia realtà.. Non c'era in te il minimo presagio di catastrofe ed anzi, se quest'ultima c'era, vi era in forma non d'incombenza, ma d'immobile sostrato, di remota possibilità, talmente altra dalla tua dimensione che non te ne curavi, tale che il tuo cuore entusiasta l'oscurava coi suoi siparietti di euforia, come succede per quegli animi tanto puri e spensierati nei confronti dell'idea di morte: la eclissano con la loro ingenuità disarmante. Ed io nel frattempo avvertivo quella fiamma sacra farsi sempre più labile e il nostro tempo più fuggevole, percepivo quei primi soffi freddi, avvertimenti che precedono il Maestrale, i primi raggi della luce mattutina che insieme disturbano gli occhi e però ossigenano la mente del sognatore.. e già provavo nostalgia per quei sogni sbiaditi d'un tratto dinanzi alla chiarezza del giorno, per quei momenti insieme, per quello che provavo, nostalgia per quegli attimi che non sarebbero stati più, per quelle sensazioni che sarebbero spirate del tutto per un qualche motivo per me inafferrabile.. e ostinata mi opponevo all'inopponibile e ingannavo me stessa e provavo un certo fastidio per la tua serenità imperturbabile, per la tua immunità all'angoscia, come una sorta di invidia mista a senso di colpa per la mia incapacità ad essere come te, ad accogliere ed accettare quel che viene, come viene. Poi d'improvviso mi assaliva la voglia di scuoterti, di renderti emotivamente partecipe della mia condizione, per condividerne il peso, perché ritenevo ingiusto doverlo sormontare da sola -il mio insulso e vano bisogno di comprensione, di sincerità, di comunicabilità mi tormentava. Ma così facendo non finivo che per aggravare inesorabilmente la mia condizione, rimanendo avvinghiata alla mia inettitudine e al mio egoismo insano, i quali sempre più premevano affinché resistessi in quell'immobilità così destabilizzante per entrambi. E alle dolci promesse taciute e sottintese subentrarono a poco a poco il dubbio e l'incertezza sempre più palesi anche ai tuoi occhi. Cosicché tu finivi per rifugiarti in quei ricordi, ti ci aggrappavi con le unghie e coi denti, con tutte le tue forze e la buona volontà, e ne traevi energie nuove per continuare a sperare.. Mentre per me tutto cominciava a coprirsi di una patina che, sempre più opaca, sempre più densa, andava a scalfire ogni cosa precedentemente così chiara e lucida e importante, un tempo perduto, non più trovabile né ricercabile avendone smarrito ogni traccia, ogni minimo segno..mi restava un senso d'insensatezza, concreto, presente, e la certezza che ti volevo bene. Dopo tanto ossesso rimuginare -inutile spiegare ciò che riuscivi ormai chiaramente a constatare- mi si apriva la strada da prendere, o meglio, ero io che mi aprivo ad una risoluzione, che accoglievo con consapevolezza il passaggio, che era già lì, da tempo. Ed io non riesco ancora a capire se tu sei riuscito davvero a comprendere che non potevo fare altrimenti. Non c'era rimedio ed é stato giusto così. Tu ti chiedi il perché. Sai, certe volte continuo a domandarmelo anch'io. Ma infondo non serve colpevolizzarsi, né puntare il dito contro a mo' di sentenza. L'ho capito, adesso. Qualche giorno fa ho letto un saggio di Pasolini. Parlava di linguaggi e letteratura, di cinema, del rapporto del cinema con la vita, di quanto siano fatalmente legati, dei doveri dell'autore, e di molte altre cose in genere prive d'importanza per altre persone.. "impegnate a vivere", e che però io prendo seriamente. In alcune pagine faceva delle riflessioni sul significato del cinema, e della vita, che poi è la stessa cosa. La sua idea è che l'autore attraverso il film (che è la parola scritta del cinema inteso come langue, o meglio come riproduzione della langue della realtà), e soprattutto coll'atto finale del montaggio, interviene sulla realtà, ordinando quel magma informe di frammenti su cui si trova ad operare, limitandone le infinite possibilità d'espressione ad un ambiente circoscritto, da cui trae e crea quindi il senso della sua opera, che sta poi allo spettatore saper cogliere come meglio crede. Ecco, per la vita, nient'altro che cinema in natura, illimitato e infinito piano-sequenza, è la stessa cosa. È un caos di possibilità, e il linguaggio del nostro agire risulta incomprensibile finché viviamo.. Perché tutto è modificabile, potenzialmente infinito, e perciò incognita, ogni gesto non definitivo, sospeso nell'ignoto: serve il montaggio per metter fine a questo caos indecifrabile, per dare senso ad una vita, ed é la morte a farlo. Bisogna morire perché la vita possa esprimersi, perché si possa delinearne l'estrema sintesi in una successione di momenti significativi: "o vivere inespressi o esprimersi e morire". Ed é forse un bene che sia finita prima che potessimo compromettere tutto. Del resto, ricordi, scherzavamo sempre su come tutto fosse iniziato: paradossalmente, con un'improbabile scena da film. Ed ora il montaggio é concluso. Io e te, insieme, l'io con te e il tu con me, sono morti. Ma non c'è nulla di tragico in questo. O, se vuoi, rientra in piena regola nella naturale tragicità insita alla vita stessa, per cui non resta altro che accettare, mettendo da parte ogni sterile costernazione. Piuttosto, sarebbe meglio chiederci cosa ne resta. Dei ricordi chiari, un affetto sincero. Soggettive diverse con i loro a volte contrastanti punti di vista. Ma nel complesso, panoramiche toccanti. Piani-sequenza incancellabili. Le immagini si fermano. Dissolvenza, si oscura lo schermo della mente. Ma io sento ancora.. una dolce melodia risuona nella testa. Non c'è più angoscia. Quelle immagini sono parte di me, e di te, sono la nostra opera compiuta.. E non c'è angoscia.

domenica 8 febbraio 2015

Umano troppo umano

Parole apprese e poi dimenticate, parole create e poi abbandonate. Dissolto tutto in quest'oceano di relatività, da cui infine riemerge solo, guizzando come un pesce fuor d'acqua, quel nostro vivere banale sempre in cerca, in movimento e quella forte urgenza di fuga che è comune, quel disperato e inconcludente tentativo di fuga in un altrove qualunque, siano le sue porte dischiuse da un dio fantoccio o da un amore dalla durata di un sospiro, dall'immanenza di un cielo nuovo.. sempre identico... Non importa. Resta solo il miraggio dei nostri aneliti, un'oasi immaginifica verso la quale arranchiamo, tutti insieme eppure così divisi, trascinandoci dei corpi marcescenti e la sete disperata di superfluo, pagliacci illusi di poter saturare questa perenne insoddisfazione, tanto sciocchi e infantili da pretendere senza comprendere, incapaci e convinti di non bastare a noi stessi quando noi stessi siamo fin troppo per noi soltanto, ci saturiamo di noi a tal punto dal doverci alleggerire all'esterno, dal sentirci obbligati a cercare dei pozzi incantati in cui vuotarci.

sabato 7 febbraio 2015

Γνῶθι σεαυτόν

Sarebbe bello.. Abbandonare ogni inutile e fuorviante preconcetto, scardinare ogni raziocinio opprimente e compromettente per quell'agognata libertà, presunta o vera che sia, che sempre uno si pone, e che da sé s'impone come punto ultimo nella lista dei buoni propositi di ognuno, come traguardo finale, come contentino per un'esistenza spesa a sopravvivere a stento, tra risentimenti e false convinzioni. Sarebbe bello.. perforare quei muri di menzogne da noi eretti e in cui ci siamo imprigionati, abbattere quelle barriere invisibili fatte di responsabilità e doveri che non ammettono esitazioni, concepiti come risultati di una necessità invero non necessaria, in virtù della quale ci ritroviamo cuciti a doppio filo, per una vita intera, ad una spregevole disciplina deliberatamente scelta, a seguito di lotte più o meno intense contro il nostro senso di coscienza sempre più represso e relegato infine nell'ombra del proibito, dell'errore fuorviante; e fatalmente e tenacemente autoimposta col solo vantaggio di preservarci dall'osare, dall'ammettere a noi stessi quell'insita codarda inettitudine ch'è in noi... Orridi convincimenti faticosamente meditati, simili - più che a pilastri di verità a cui aggrapparsi per non soccombere a quel caos inoppugnabile che regna fuori e dentro ognuno - ad un collante scadente che ci si illuda possa tenere insieme pezzi d'una fallace copertura, tanto accogliente da ripararci dal monito del cuore che si abbatte burrascoso sulle nostre esistenze, ma altrettanto fragile da disintegrarsi al primo soffio più incisivo d'aria pura. Sarebbe bello a un tratto risvegliare quella scintilla di vitalità ormai seppellita nei meandri di un sostrato falsamente cerebrale, ridicolizzata e ridotta a mero sintomo di infantilismo inevitabilmente da respingere, ma che un tempo, nel fuoco della nostra ingenua giovinezza, sentivamo -viva e ardente- inebriare ogni nostra facoltà, alimentare in noi la speranza. Perché in realtà non sarebbe altrettanto bello se improvvisamente, fermandosi e voltandosi indietro, ci si senta addosso tutto il peso di una vita così arida, e ci si accorga quanto, in fondo, sarebbe stato meglio inseguire un'illusione. Tentare. Sarebbe bello perlomeno liberarsi di ogni inibizione, ammettere a se stessi che si è l'unico vero ostacolo che sbarra la via per essere ciò che veramente si è destinati ad essere, avere il coraggio di divenire se stessi. E sì, sarebbe bello semplicemente essere.

domenica 11 gennaio 2015

Disturbi #1

"Mi sentivo pronto a rivivere tutto. Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora.”
A. Camus, "Lo Straniero"

Aveva da poco finito di pranzare, e, come d'abitudine, si era alzata per prima da tavola, lasciando, con tutto il disprezzo che le era possibile accogliere nelle viscere, quell'atmosfera così grottesca che le pareva la messa in scena di una tragicommedia dell'assurdo, e quell'irritante piatto di tagliolini e fagioli al brodo che puzzava di ordinario e di finzione, che ogni domenica da quando aveva memoria ritrovava puntualmente li sotto il suo naso, pronto ad offrirlesi non con la benevolenza tipica delle cose a cui siamo avvezzi ormai da sempre e che ci confortano, ci rassicurano, per le quali proviamo quell'affettiva tenerezza quasi scontata, che poi un giorno, cessata l'abitudine e la routine di quella cosa, rievochiamo con dolce nostalgia come un simbolo sacro della memoria, no. Quel piatto le si imponeva con il fare sadico e spregiudicato di chi sa di avere in pugno una docile e impotente vittima. Già perché lei non poteva nulla davanti quel piatto, se non opporre una interiore e quindi futile ribellione conducibile al massimo al rifiuto di mangiarlo. Altro non osava fare, non perché non avesse il coraggio, semplicemente perché - ella riteneva con convinzione - non meritavano in alcun modo che essa divenisse la causa o il pretesto per l'alterazione di quel finto equilibrio, lo disprezzava a tal punto da non voler che tirarsene fuori con la sua distaccata apatia e col suo mutismo pieno di ira. Se ne stava In pigiama raggomitolata su se stessa con le spalle schiacciate contro il muro dell'angolo della sua camera, riscaldato dal contatto col camino della cucina adiacente, quell'angolo che era per lei esclusivo rifugio e geloso possesso, quel suo angolo che ormai aveva elevato a luogo possibile, reale, concreto di intimità, unico all'interno di quella casa che vedeva come una specie di zoo in miniatura abitato da creature di specie diverse, inconciliabili, con linguaggi ed esigenze differenti, quasi divergenti, ognuna intenta a trainare in avanti ogni giorno il carro della propria egoistica sopravvivenza - ovvero non-esistenza - seguendo movimenti quasi meccanici, ridotti a pura reazione alla più piatta Necessità, senza percepirne il senso, senza essere turbate per un solo istante da un qualsivoglia dubbio, dalla improvvisa presa di coscienza dell'inutilità del tutto. Bestie che resistevano lì, semplicemente, ammassate tutte insieme in un claustrofobico ecosistema retto da un instabile equilibrio e da poche fragili leggi non scritte, sotto un'impalcatura fatalmente precaria, necessaria quanto basta a reggere quella facciata, copertura ad una convivenza forzata, fatta della più irrimediabile incomunicabilità e della più sintomatica apatia, e nella quale ciononostante lei non riusciva a trovare mai quell'agognata idilliaca solitudine priva di interferenze esterne di cui sentiva costantemente il bisogno. Dunque passava quanto più tempo poteva sprofondata in quell'angolo, solo li aveva la possibilità di ritrovare (sempre a fatica) un po' tranquillità, lo straniamento dal fastidioso trambusto dei ragazzini che riempivano sempre la casa, che strideva con l'ancor più assordante silenzio generato dall'incomprensione che permeava l'atmosfera ormai da anni, forse da molto prima che ne fosse cosciente, forse da sempre. Leggeva uno dei suoi libri, forse un saggio di Freud o qualche cinica riflessione di Cioran. Ogni tanto fissava il cielo dal vetro della finestra. Fuori pioveva. C'era la nebbia. Provava una strana ambivalenza affettiva per i temporali. Spegnevano in lei quegli ultimi bagliori di desiderio, le flebili scintille di vitalità e speranza che ancora custodiva coscientemente nei luoghi più reconditi del suo cuore e che certe volte sentiva affiorare in superficie con un vigore inusuale, quasi violento, che sempre la meravigliava. Le succedeva per esempio nelle giornate soleggiate che trascorreva al parco vicino casa, assorta nella contemplazione dei giochi di luce prodotti dai raggi del sole, che inondavano quel tappeto di foglie secche tinte di autunno, ai piedi dei lampioni; o mentre, distesa su di una panchina, gli occhi rivolti al cielo o ad un libro, si lasciava rapire dal fluire limpido delle nuvole o dei pensieri di quel tanto grande e frainteso filosofo dello Zarathustra che amava immensamente; oppure ancora quando si trovava a passeggiare sola lungo una strada particolarmente calma e suggestiva, adorava passeggiare perché era per lei una rigenerazione dagli effetti di lunga durata. I temporali annientavano tutto ciò, senza però suscitarle il minimo sconforto o senso di tristezza, era più un sentimento di complice melanconia ad inebriarla.. Sentiva uno slancio romantico verso quella natura che nel suo manifestarsi così prorompente, così cupo e aggressivo, non era matrigna bensì comprensiva, compassionevole verso di lei... Sì, avvertiva una sorta di accordo intimo e celato tra il suo animo e la sommossa del cielo, una complice affinità, una volontà comune di espiazione, una concordanza implicita tra il precipitare chiassoso della pioggia e il suo indefinito e cupo desiderio di sprofondare, sprofondare in un circolo vizioso ed ipertrofico di pensieri, per poi piangere e giungere ad una pseudo liberazione. Amava crogiolarsi in quella malinconia complice, sentire il peso di tutto il suo essere. Percepiva l'unità, acquisiva piena consapevolezza di sé, era una riconciliazione inesprimibile con se stessa e con l'immanente, senza illusorie scalate trascendenti, senza capriole tra le nuvole, era un tuffo nel sottosuolo. In questi momenti le piaceva perdersi nei deliri ermetici degli eroi di Dostoevskij, ed amava in maniera smisurata quell'angolo di muro così scomodo eppure così rassicurante della sua stanza.

giovedì 1 gennaio 2015

Pa|e/s|saggi di vita

Con la fronte incollata al vetro freddo e insensibile fisso i rimasugli di neve che il sole neanche oggi è riuscito a piegare alla sua volontà. L'atmosfera è di un immobilismo di quelli disarmanti, solo qualche esile ramo della pianta di kiwi spoglia ed intricata nel giardino accenna un lieve movimento sollevato da un vento sfiancato, giunto al culmine del parossismo, dopo il grande ed emblematico tumulto che ha calato ora il sipario sugli ultimi giorni di dicembre, come una sorta di uragano carico di segni, come una profezia giunta ad abbattersi sul concludere di un ciclo, per concluderlo. E ora si può voltar pagina, nel silenzio e nella calma surreale, sotto questa luce rarefatta di una luna nuova che si staglia così pura e rassicurante nella sua imperturbabile fissità, su nel cielo padrona dell'oscurità avvolgente di una tela priva di stelle e di una testa alla deriva, derubata di ogni bagliore, di ogni faro che indichi anche solo un sentiero lungo il quale inoltrarsi. Così, dopo tanto travaglio interiore, tra interrogativi e mere illusioni ecco che sembra esser scesa su di me la notte universale e irrevocabile, e mi sento persa mentre continuo a guardare fuori, l'enigma di questo cielo indecifrabile, il candore di questa neve ingenua, e la debolezza di questo albero denudato di tutti i suoi germogli e rivestimenti esterni, che si mostra in tutta la sua pura forma e fragile spigolosità, cosi ansimante cosi apatico, nel suo agonizzante persistere in vita a cui è condannato.. E mi domando come certe realtà così contrastanti, certi ossimori possano convivere in tale paradossale complicità, naturale armonia.. Ma poi al cospetto di questo mistero mi accorgo di come io stessa non sia mera spettatrice ma comparsa attiva di questa sacra rappresentazione.. E di come, trascinandomi dietro i miei rami secchi, spogliati di ogni fallace certezza, continui ad arrancare nel vuoto stillante gocce di sensazioni claustrofobiche, aggrappandomi a funi salvifiche fatte di attimi di pura vitalità e sincera - forse illusoria - ebbrezza, sempre più lacerate, corrose, sempre più ridotte all'osso, pronte a cedere, nel mio pantano quotidiano a cui cerco di opporre resistenza, nella smaniosa ricerca di una speranza, nell'ansia per quelle funi sfilacciate che chissà ancora per quanto mi faranno oscillare sull'abisso, e attendo, resisto.. per non essere del tutto fagocitata, per non ritrovarmi vittima della mia stessa carneficina. Ma a cosa serve poi tutto questo vuoto concettualizzare, nient'altro che misero e vano momento di lucidità pungente, destinato presto a rifondersi e confondersi in quel magma indistinto delle mille voci interiori schiacciate dalla potenza volontaria e incontrollabile del mio istinto alla conservazione, che nel momento in cui ogni sincero movimento in me accenna ad emergere ecco che ogni via gli è prevaricata, ogni traccia da seguire cancellata ed esso si disperde nell'inattuabile.