venerdì 17 giugno 2016

#Dagherrotipo nevrastenico

E poi mi è piombato addosso, mi dico. E per un attimo mi è parso come il segno, il preannuncio di una sorta di palingenesi. Era solo, da quanto e come la vivesse restava alla mia immaginazione, ma sentivo di riconoscermi nella sua solitudine. Due solitudini che avessero il privilegio di intrecciarsi nel loro rifiuto di abietti compromessi. Mi parlava dei cavalli e prima ancora di poter conoscerlo mi pareva che già lo comprendessi. Nei suoi capelli scuri riconoscevo l'abisso del mio umore. Leggevo in quei capelli il marchio di un destino in cui non ho mai creduto. E poi m'immaginavo quei suoi capelli mossi dal vento, nei giorni in cui cavalcando riusciva ad aprire spazi possibili, interstizi in cui fuggiva lo squallore che avvertiva come una patina impermeabile sulla sua pelle. Lo immaginavo respirare per istanti magici, dietro di sé dispersa nella polvere l'angoscia per il cappio che ti stringe il collo; lui mi parlava e mi appariva la sua figura eretta scrollarsi di dosso a briglia sciolta tutto il carico delle mie miserie che erano anche sue quando scendeva da cavallo. E in piedi eravamo simili, entrambi col rifiuto di strisciare a terra tra le schiere di finzioni sociali per ingannare la Grande Piaga e ingannarci tra noi ingannando noi stessi. E quindi soli. Soli e in piedi su due gambe calpestando ogni sporco compromesso e con le teste meno al riparo e più visibili dall'alto e suscettibili alla morsa. Correvo e l'ho incontrato. Sono inciampata ma stavolta non c'era il cappio ad avermi presa bensì lui. Lui mi è sbattuto contro e mi sono rialzata un po' scossa ma è bello poter correre insieme, mi dico. Ce l'hai tu il fiato?
Io non correvo sui cavalli.
Lui si ergeva leggero coi capelli al vento e lo immaginavo libero di una libertà che io inseguivo forsennatamente.
Io correvo con le mie gambe martoriate e sentivo sempre il Suo alito putrescente posarmisi sul collo e starne male.
Io non corro sui cavalli perché poi dovrei riscendere nel mio abisso nero. Sicché non vi troverei nulla più che la consapevolezza di un fuggevole senso di distensione impermanente. Sicché mi ritroverei braccata, presa in un angoscia lancinante posati i piedi a terra, spaesata e immediatamente incapace di qualunque movimento. Per ciò ho i piedi saldi sulla terra. Vigilando correre e correre senza il supporto di protesi. Lui eretto, le sue gambe in una linea armonica che si slega lungo terminazioni equine, per chiudersi nei quattro zoccoli, che leggeri affondano in universi di deprivazione sensoriale. Correre sempre sul filo della realtà è per le mie ossa un movimento necessitato e necessario, è il conato spinoziano del girasole che fugge le tenebre e volge i suoi petali ai raggi, ma il girasole insegue il suo permanere in vita restando radicato nel terreno, perpetuo roteare stando saldi. Sono un girasole. Lui vola nel vento coi suoi capelli neri che accarezzo e mi sembrano intinti nella tavolozza del mio umore. Lui vola in spazi capovolti, oltre i confini della terra, volteggia nella sua favola costruita su misura, sospeso nella sua bolla di sapone, mentre io corro nelle viscere dell'esistenza, corro e gli stringo la mano, lo afferro e lo tiro a me. E poi lui evapora. Gli accarezzo i capelli. Lo guardo in quei suoi occhi scuri e lui mi sente frugargli dentro, vede nei miei occhi dei bagliori perforanti. I miei occhi che guardano e cercano nei suoi, che cercano e guardano, ma i suoi che mi rimandano indietro solo il riflesso dei miei. I suoi occhi in cui specchio i miei senza perforare l'iride scura. E lo sento fluttuare in una nube lontano. Gli stringo la mano e sorride.
Uno spiraglio di luce si irradia nella stanza e percepisco il suo fluttuare nella polvere finissima, che fa da tramite di quel luogo in cui va. Lo raccolgo nel pulviscolo invisibile in cui si dissipa, ma lui è polvere che non si lascia imbrigliare. Corre sui cavalli per raggiungere quel rifugio evanescente, inaccessibile ai miei piedi di piombo ancorati all'esistenza. Lo guardo intensamente, coll'illusione di poter braccare i suoi spostamenti aerei nella morsa dei miei occhi. Non desisto e non mollo la presa nonostante la mia naturale propensione alla rinuncia. Gli offro riparo dalla mia impazienza e dalla sua insicurezza guardandolo seria nei suoi occhi che ridono e tacciono, e guardandoli sento in quel tacere la volontà di celare un'inadeguatezza di fondo al moto del torrente in cui vorrei si tuffasse senza inibizioni, senza protezioni, presuntuosamente vorrei adescarlo e trascinarlo nel fondo togliendogli il fiato in un solo colpo, ma freno la mia impazienza e lo guardo seria ritrarsi ad ogni mio tocco oculare, mostrando tutta la comprensione possibile ai suoi occhi spauriti che battono in ritirata barricandosi dietro le saracinesche di vili infantilismi espressivi. Le sue occhiate iniettate di un riso malato. Mi riempie di baci e sorride, sorride e mi lascia baci su tutto il viso, poi si stacca e mi guarda, ancora con la faccia impregnata di quell'inconsapevole autoimposizione somatica, una sorta di automatismo che gli fa sollevare gli angoli della bocca fino a formare un sorriso pieno di un disagio di cui non ha piena percezione. Gli rispondo mostrandogli tutta la comprensione possibile, gli apro il varco che deve solamente attraversare, lui mi entra dentro appena, con un impeto e una risoluzione ingannevoli, mi stringe per un attimo e poi subito affoga. Affoga dentro di me aggrappato ai miei seni e io lo accarezzo per trascinarlo a galla e lo bacio sul collo per affievolire il suo ansimare interiore. Lui non dice nulla e poi sorride ancora e comincio un po' ad odiarlo per questo. Percorro la sua schiena con le dita, sorvolano il suo corpo disteso sul mio sfiorando appena la sua pelle morbida e quando non forza gli angoli della bocca provo a insediarmi nella sua stasi gettando ancora i miei occhi come esche rassicuranti nei suoi, e allora lui s'avvicina, gira intorno e.. si ritira, mi dice "sorridimi!".. E io comincio un po' ad odiarlo. A che pensi, mi chiede. Pensi troppo, non devi farlo sempre, mi dice. Stai pensando troppo, e non sa che in realtà non penso, o che penso al mio non pensare qui ed ora con lui, che penso al nulla in cui naufragano i miei occhi nei suoi, o la mia testa parcheggiata nell'incavo della sua clavicola, né carica né sbuffante, piena di mosche attratte dal ristagno in cui me ne sto distesa. Non penso a nulla e non parlo perché mi sento vuota e comincio ad odiarlo un po' per questo. Allora stupidamente fingo un sorriso perché lui mi dice "Sorridi". Con rassegnazione allora sorrido, per non urtarlo. Perché lui mi dice "Sorridi". Ma io ho ormai cominciato ad odiarlo e mi odio a mia volta per doverlo odiare, per non saperlo afferrare. Lui mi guarda  negli occhi e non vede che due iridi mute che penetrano il suo volto, io lo guardo a mia volta e vedo una parete in calce che non so, non posso scalfire. Mi guarda e mi accarezza ed io lo odio sempre di più per la ritrosia stupida con cui recide vilmente la mia presa, perde il controllo e rema contro ogni mio sforzo, ogni tentativo di agganciarlo alle mie anche, vorrebbe esserci mi dice "eccomi" ed è tutto finito prima ancora che io possa accorgermi del suo esserci, e non mi accorgo. Lui mi dice "fatto" io lo accarezzo e lo odio. Perché lui perde il controllo. È lì su di me, dentro di me e poi subito fuori, subito polverizzato, decollato nella sua calotta atmosferica a bassa pressione in cui s'avvolge a guscio e fluttua, come un satellite segue cieco e inconsapevole la sua orbita mentre io sola vado incontro alla catastrofe terrestre. Lui continua inerme a rosolare nei fuochi perpetui del suo assopimento, mentre mi contempla da lontano col suo sguardo patinato, mentre corro presa nell'affanno lo guardo impietosita sorridermi e bruciare. Lui brucia e mi sorride.. Ma io non ho il tempo, penso, non ce l'ho il tempo per spegnerti. E provo disgusto per la pietà che mi trafigge. Guardo i suoi occhi annebbiati naufragare tra le fiamme soporifere e non capire, e neanche capire di non capire. Nel mio affanno non sono capace di spegnerti. Non mi riesce di riempire secchi di disincanto con cui rinfrescarti senza avvertire la mia presunzione che esulta e gode. Per cui scappo, e stavolta scappo anche da te. Ora a inseguirmi ci sono troppi mostri. La pietà e il rimorso si contendono le mie viscere col mio autocompiacimento affamato. E ho paura. Paura delle strane presenze che mi rodono le interiora e che io stessa nutro e voglio nutrire, molto più che di quelle che mi soverchiano dal di fuori. Lo sai l'influsso che hai e lo puoi usare, mi dico. Ma tu vuoi? Puoi fare quello che vuoi. La mia debolezza intrinseca cozza col potere che sento di avere sul di fuori e che mi spaventa. Tu lo sai, mi dico. Sei debole ma hai tutto il potere che vuoi per soffocare ogni tua debolezza. Consumi per tenerti in vita, se lo vuoi, mi dico, e quasi piango senza cacciare lacrime e mi abbandono a spasmi silenziosi fino a immaginare di implodere. Quale diritto ho su di te? Se mi va posso fare male. Farti male. Ma forse posso anche se non voglio. Forse voglio senza volerlo. Non lo voglio razionalmente eppure so che succede o potrebbe e lo accetto come sempre ho fatto. Perché io lo so che non capisci e chi del resto potrebbe, chi del resto vedrebbe. Quali infamie nascondo in ogni carezza, in ogni sguardo in cui vedi dolcezza. Tu non sai e non t'accorgi. E io non so spiegarlo né l'ho fatto mai con chi era prima di te dove tu ora sei, stretto nella stessa camicia di forza di cui ti stai innamorando. E ti ci trovi già bene e ancora non ho cominciato neanche a stringermiti addosso. E per quale ragione ti sta accadendo questo? Mi sazio delle tue debolezze come ho fatto con chi prima di te e tu non t'accorgi. È ancora presto per te ma già lo sento e non voglio. Stavolta non voglio più doverlo volere. E comincio a pensare che sia un problema che non ti riguarda, se non in maniera collaterale a quello che è fondamentalmente la disgrazia inscritta nel mio sistema psichico. Per cui lo so, per me con te è ancora presto e ho il tempo di frenare, posso sterzare e scappare via per evitare di farti del male, nonostante stavolta avessi cercato di promettere a me stessa di farti del bene. Ma non potevo non farne a meno, penso, perché mi serviva ossigeno e così ne succhiavo abbastanza sfiorando con le dita un corpo, quel corpo che ti ha preceduto, quel corpo su cui era così naturale esercitare il mio influsso e fletterlo a mio piacimento sfiorandolo appena, soffiandoci sopra ogni deliberazione più o meno consciamente, ed era in quel soffiare che rinvenivo le tracce di una voluttà struggente, macerata e vicina, quasi inscindibile dal disgusto. Con te ho il tempo di impormi di non volerlo. Ma forse con te è più facile dato che potrei davvero farti del bene o distruggerti, farti del bene mi potrebbe riuscire ora che ho un'idea del come pensarmi in una relazione, e anche distruggerti non voglio volerlo, ma solo perché ti sento troppo distante dalla gabbia in cui striscio. Voli chiuso nella tua capsula senza tempo mentre io sento tutta la pressione piegarmi il collo, cadere sulle ginocchia per un attimo venire a mancare e poi alzarmi e ancora fuggire dalle mie  ombre persecutrici sulla linea di un nastro che si svolge in eterno. E intanto tu sei distante, troppo distante per poter captare un mio segnale quando mi guardi con quegli occhi affollati di nubi. Salvami l'anima! È il grido che rivolgo in alto ai tuoi occhi che stesi su di me volteggiano lungo traiettorie immaginifiche chissà lungo quali vasti pulviscoli. Vorrei prima portarti dentro e farti vedere come io.. L'urgenza maggiore è che tu possa almeno vedermi, perché non vedi. Vorrei accoglierti, calar giù ponti, spalancar porte.. E poi a un certo punto non capisco se sia io a non saper darti la giusta chiave di apertura o sia tu a non vederla mentre te la stringo nella mano. E ogni mio dardo scagliato certo ti colpisce, e se continuassi sempre lo farebbe, ma in maniera distorta, e ciò mi spinge a frenare e correre via. Per non ridurmi a portartici dentro per poi schiacciarti fuggo via. Avrei voluto che tu mi tirassi fuori, avrei voluto vederti prendere cura di te, prenderti cura da me e i miei graffi indecisi, prenderti cura di me. Avrei voluto almeno una volta provare com'è abbandonarsi alla presa di braccia rassicuranti che ti tengano a galla, avrei voluto slegare la testa lasciarla andare, vederla fuggire, cavalcare lontano dalle mie manie di controllo tanto radicate quanto necessarie al mio fragile equilibrio psichico, avrei voluto non voler reclamare il tuo corpo sul mio al solo scopo di alimentare la debole illusione di vivere un rapporto alla pari e non sentirmi in difetto a starti addosso, non sentir palesarsi il mio dominio invisibile su ogni cellula del tuo corpo ingenuo, avrei voluto che t'accorgessi di quello che stava accadendo e afferrassi i miei fianchi nella penombra della mia camera quell'ultima notte che è stata per me la conferma finale che dovevo fermare tutto, dovevo fermarmi, ma ecco avrei voluto solo che fossi tu a farlo, che uscissi dal tuo grigio offuscamento e mi guardassi poi mi prendessi per i fianchi, mi dicessi "va tutto bene", capissi il perché lasciavo scorrere Satie al cellulare coprendo i tuoi spasmi che per me avevano il sapore nauseante di rantoli: mi chiedessi "perché lasci che la musica scorra sul cuscino di fianco?" e non t'attendessi neanche una risposta, ti bastasse leggermi dentro gli occhi ingannevoli, oltre la loro patina di tenerezza luccicante e insidiosa, che spuntasse una ruga di riflessione sulla tua fronte e riconoscessi quei raggi dolcificati che sprigionavano i miei occhi quali terrificanti pitoni che (sono) erano, cibantisi della tua infermità compiaciuti di averti in loro possesso e però disgustati dalla totale tua apatia da preda ormai scarnita, priva di carne viva e pulsante e sensibile ai divertissement dei miei occhi famelici, incapace di giocare con loro impersonando il ruolo che gl'impongono. Quel che avrei voluto e vorrei è un corpo vibrante ad ogni mio tocco o sguardo o sospiro e rispondente a ogni influsso fin dentro ogni singolo strato di tessuto epiteliale, intriso in ogni singola cellula della consapevolezza del gioco a cui partecipa.. Ma la tua presenza è quella di un corpo smunto e evanescente, mi stai sdraiato accanto e sei assente - ti trascino su di me coll'intenzione di schiacciare la pietà che sento formarsi e spandersi nel mio ventre, coll'illusione che il tuo peso su di me risvegli la tua attenzione, ti renda ricettivo per permettermi di modellarti - mi lasci sola coi miei desideri assiderati e in me cresce la nausea e la repulsione per il mucchio di membra che sei e per le quali il mio accanimento perde vigore e mi pervade la voglia di strangolarti perché la pietà non può frapporsi tra me e il tuo corpo, perché ho bisogno delle tue urla di approvazione, senza di esse, senza la visione del sangue ribollente che divampa gioioso dalla tua carne in una danza di contorsioni e lamenti, senza percepire il brivido di voluttà che ti assale nel lasciarti rodere, senza il commovente spettacolo delle tue pupille sfavillanti d'eccitamento per l'essere asservito, senza la tua piena condiscendenza la tua gratitudine e la tua muta implorazione non mi nutrirei abbastanza. Ma non posso toccarti. L'incanto si dissolve se solo provo a sfiorarti, sarebbe come barare con me stessa, non sarebbe leale e non sarebbe uguale. Piegarti senza sfiorarti è l'unico appagamento che cerco. M'avvicino per tastare le tue labbra.. c'è il tuo alito, è pesante e la tua lingua non ha il sapore caldo della vittima che gioca col carnefice piegandosi alle manovre della mia, perché non freme al mio sfiorarla con la mia, vorrei distanziarmi per osservarla fremere e implorare che i miei denti la possiedano fino a farla sanguinare, vorrei che il bacio che ti dessi fosse per te come un farmaco suadente che iniettasse veleno nella tua gola e che tu ne reclamassi ancora e ancora consapevole di assassinarti, mi prendessi per i capelli io sentissi la presenza viva e partecipe delle tue mani affondarmi nelle tempie e implorarmi di succhiarti ogni capacità d'autocontrollo.  
e lo fai forse per sopprimere le voci che hai in testa?

martedì 10 maggio 2016

Continuum

Nella banalità di una routine dispiegantesi lenta come un nastro di attesa del momento in cui, nell'affanno di esercizi quotidiani, tirocinio in vista di... Nella noia di gesti meccanici e il bisogno anestetico di pagine e pagine di libri letti per.., in vista di.., magari un giorno poi. Crescere, crescere, crescere. Crescita cerebrale costruita a tavolino giorno dopo giorno, di fronte la finestra col fascio di luce 12h/24 che irrompe dal frenetico falso movimento del fuori, a testimonianza della vita che si muove fuori. Il tempo che scorre lento ma così in fretta che non t'accorgi dei mesi passati in pochi metri quadri di maioliche vomitevoli a crescere e espanderti cerebralmente sempre compressa nella stanzetta scarna, deturpata  di ogni superfluità che a un ambiente vivibile s'addice, ammobiliata di sola cellulosa. Testa immobile risucchiata nel tavolino, tra le righe stampate di pagine più o meno fitte, attrattane all'interno come la Figura di Bacon protesa e ripresa per la testa nel lavabo-foro-rifugio-fuga dal non senso della rappresentazione. E tutto intorno fuori un girotondo di vuota messinscena; ognuno legato al ruolo che (si) rappresenta, già morto prima di esser mai nato davvero. E io che rifuggo da questo vuoto della vita nel tavolino, contorta sulla sedia io nient'altro che groviglio di carne flagellata dall'abiezione quotidiana dello stare al mondo ancora e sempre in attesa di.., e sempre in fieri eppure in attesa, fuggita dal prima in attesa del poi che mai si staglia, mai percepibile, sempre incompiuta, sempre mancante nell'esperire la mancanza. E ore di notti riempite di film per farle proliferare di un ulteriore senso, lasciando al bisogno troppo squallidamente umano del riposo gli ultimi brandelli ormai assiderati di oscurità che già si rischiara, cogli sporadici cinguettii primaverili di uccellini precoci nel cielo ancora avvolto nel suo acre telo assonnato, a preannunciare ignari e allegri l'incombenza di una nuova voragine giornaliera in cui sprofondare con l'ansia legata a cappio intorno al collo. Addormentarsi presso il riaprirsi della voragine al confine tra notte e alba. Attendere il giorno e tornare ogni mattina, con un tormentoso strofinio delle palpebre nella morsa della Grande Piaga che stringe il suo cappio. Io appesa. Sospesa nell'attesa. E di nuovo è giorno. E allora ingurgito parole stampate come pillole ansiolitiche, e ancora i capelli cadono tra le pagine. Mi mordo i polpastrelli, ripiego misero alle unghie ormai insoddisfacenti per il mio insaziabile nervosismo, devitalizzate e martoriate fino all'inesistenza. Cadono i capelli perché vedo incarnata nelle mie unghie l'immagine evanescente del mio tempo in decomposizione, del tempo a mia disposizione, e non sopporto e i miei capelli cadono. Il tempo scorre sulle mie unghie sfaldate, e soccombenti sotto il peso della sua forza corrosiva irrefrenabile. Ho un cappio al collo ma non mi arresto. Non si dà possibilità di arresto, se mi arresto stringe la presa fino a strangolarmi. Prendo le mie quotidiane pillole stampate e si aprono spazi di possibili evasioni. O forse è solo l'illusione che s'allenti la morsa psichica, che s'assottigli tirando e correndo, a forza di tirare e spostare il pensiero in un altrove dritto davanti a me come un'oasi in un miraggio, e ignorando le ustioni che sgretolano la pelle mentre incedo; puntare dritto a quel ristoro percorrendo gli immensi spazi deserti di riflessioni stampate su carta & di nastri di luce e immagini in movimento che accendono scariche elettriche e generano in me flussi prorompenti di abbaglianti visioni al di la della piattezza di una vita ordinaria del ventunesimo secolo, intuizioni eccedenti le mie capacità di visualizzazione, straripanti, trasbordanti la resistenza materiale della mia percezione, che quindi scorrono via violente lasciandomi stesa senza più fiato, come un derelitto arenato sulla riva del loro oceano che si ritira spumeggiando e cancellando ogni residuo di speranze arcadiche e futuri traguardi idillici, e nel loro ritirarsi, richiudersi in sé sputandomi fuori dopo avermi masticato e accartocciato il cervello, realizzando a un tratto che il mio abuso di esse è e sempre sarà un loro abuso di me, un prelevarmi di quei tornadi di espressione dell'umano dal terriccio bollente che abitualmente calpestiamo, per sollevarmi ad alte quote fino a lasciarmi ricadere tra le sterpaglie,  rimmettere di nuovo nei polmoni l'aria satura di putrefazione che respiriamo nel nostro brancolare tra sguardi e pensieri di convenzione e logiche predeterminate, riconsegnare gli occhi alle squallide radure dell'ordinario elargenti tutt'al più sprazzi di sparute e bieche consolazioni, e lasciare la presa con cui afferravo malamente il vortice, sentire per le ultime briciole d'istanti atemporali la schiuma calda di quelle forze sotterranee&trascendenti che mi solletica dall'interno delle cosce fin sotto le piante dei piedi; sentirle abbandonarmi irreversibilmente, scivolarmi fuori lungo i fianchi stremati dopo la fatica sempre amara e i tentativi troppo miseri di filtrarli, districarli e lasciarli passare fluidi e ritti come fili attraverso la cruna della mia mente con un semplice gesto d'indirizzamento dettato da massima concentrazione e apertura, sperimentare di nuovo e ogni volta come la prima il mio grossolano tremolio come un morbo che mi preclude ogni possibilità di precisione e controllo su quella matassa fluida, e alla fine restare sola, abbattuta, prostrata tra la polvere alzata dal grande tumulto di quel che è svanito, esangue e sottoposta al confronto ultimo e altisonante con la mia Impotenza lì che mi consuma dal di dentro; io sola con Lei, quell'Impotenza che rosicchia ogni strenua volontà di fuga dall'Altra, da quella che si manifesta come Grande Piaga che sta su di me e che cala meccanicamente il suo braccio violaceo di morte attorno al mio collo e lo accalappia.. braccata dentro&fuori, rosa dal dentro e arsa dal fuori, e però risentire le ginocchia farsi forza e sollevarsi in virtù solo della fuga continuamente retrocessa, di una fuga forsennata e paradossalmente statica, inscritta in un nastro eternamente avvolgente su se stesso, condannata al ripiegamento perenne e al pericolo dell'inciampo fatale, dannazione per la vita e a causa della vita, dannazione ch'è l'unica forma possibile della vita, perché unica forza propulsiva capace di spingere avanti questo temporaneo movimento di membra che è la vita medesima, perché tutto.
La dannazione, in ultima istanza, come tutto quel che resta all'alternativa abominevole di attaccarti a sterpaglie e lentamente morire nella terra ardente, da strisciante inetto parassita, accolto nelle braccia esangui di Lei.
E allora combatto il suo cappio intorno al mio collo con la caparbietà che muove ogni mia cellula cerebrale sotto perpetuo sforzo, puntando dritto verso un niente prefisso come meta, verso un'illusione che si solidifica nella reale concretezza del cammino, fatica del movimento cerebrale che è essa stessa- e unicamente- paga in gettoni d'ossigeno, ricambio in linfa vitale che rifluisce nel mio corpo decadente. Vivere di fatica e di elevazione ma non come forma di ascesi spirituale, non come febbrile dedizione giovanile a ideali fatti presenze incombenti e pervasive, ché d'ideali non ce ne son più da inseguire e io sono come l'uomo stirneriano che ha fondato la sua causa sul nulla, ed è la mia unicità che egoisticamente m'interessa, e mi pressa di esser raggiunta, ma ogni passo in direzione di essa è uno spostamento sempre mancato, un moto mai risolutivo di particelle d'atmosfera che cade nel nulla della grande morsa di Lei, ferina e beffarda ciminiera ruminante stagliata sullo sfondo di ogni miserabile vita, figura fatale imperturbabile e massiccia e freddamente in attesa, dietro le quinte di ogni individuale razione di nubi di umana illusione, macchina infernale che d'improvviso si mostra all'orizzonte in tutta la sua naturale crudeltà, dopo esserci stata per tutta la vita alle calcagna come un'oscura e indefinita presenza violacea, ora nitida ed eretta maestosamente come il destino, come uno spettacolo pirotecnico in una notte invernale, come la consapevolezza della morte imminente, esultante nel suo immobilismo vittorioso. E di fronte a Lei ognuno solo, stremato, nel gesto ultimo, sublimazione della tragedia, prima di consegnarsi all'infinita rassegnazione, levando la pugnalata nevrastenica, fatale come un martello che sentenzia la pena, squarcia il proprio cielo di cartapesta e stoicamente si lascia trascinare verso di Lei,  trasposizione fisica del generale e individuale desiderio di auto annientamento, che sfilaccia in apatici brandelli ogni forza di volontà. Chiamarlo fato ineluttabile, tela di ragno universale, magnete irresistibile per ogni forma dello stare al mondo, questo braccio metallico e freddo che non risparmia servili vittime né impetuosi spiriti trapassati dal soffio vitale, che riunisce in un delirio ammaestrato, in una comune danza della morte rassegnati e ostinati, consapevoli e incoscienti, martiri e scellerati, blasfemi e moralisti senza alcuna distinzione, tutti pronti dopo il proprio personale bagno di tribolazioni a offrire il collo che a sento si regge eretto a Lei e farla finita, rassegnazione infinita & estrema risoluzione da malato terminale nel momento in cui finalmente affronta il suo riflesso nello specchio e faccia a faccia con la putredine che ha cercato d'ignorare perseverando nel suo essere decide di accogliere l'inesorabile nella sua definitiva completa apertura - lasciarsi risucchiare nel buco senza più imprecare e urlare e singhiozzare strisciando verso viscosi compromessi e quasi col sorriso beato di chi ha appena trovato la pace con se stesso nel momento estremo di rinuncia al sé.

martedì 25 agosto 2015

Esperimenti di fine estate..

È così negli stralunamenti notturni rinnovo l'appuntamento coi miei desideri escatologici ma vago in cerca di arnesi adatti a maneggiare questa valvola di sfogo usa e getta. E sono ore di sonno perse, di lucidità buttata in un impiastro di foglio, sì, alla ricerca di un ordine sconosciuto che si adatti alle escrescenze di questo magma ribollente, ne valesse la pena, come se le agitazioni sotterranee che covano sommosse ed esplosioni possano essere disciplinate, domate, e infine incasellate in architetture cristalline, oh sì sarebbe bello ridurre tutti gli affanni ad un libretto d'istruzioni tascabile, di carta ecologica, ognuno la sua soluzione ed ogni cosa al suo posto. Ma grava sulla testa una condanna a qualcos'altro, e pesa come una spada di Damocle. Malgrado il fascino ossesso, l'attrazione ostinata, la mania e il bisogno, il bisogno imperante dell'ordine, questa bussola persa prima ancora di poter ca(r)pire il mio Nord, bussola di un senso a portata di mano, una direzione un porto per le mie debolezze alla deriva, quest'ordine amante smarrito, mai conosciuto.. che esista poi? Che non sia sogno? E sogno infernale, subdolo, guida seducente col suo prontuario di moine da sommelier di etere antico, a cui affidare senza esitazioni la sete di beatitudine, salvo poi cadere a terra stordito da calici di repressione stagionata, risvegliarti cosciente nelle geometrie precise di un'impalcatura tanto precaria quanto spietata, sotto il cui peso annaspa adesso il tuo ritrovato e tanto atteso posto fisso di condannato a dissipazione, una dissipazione di forze ancor peggiore, a una disperazione che diviene rancida, a una lotta che diviene doppia. Meglio un autodafé proclamato senza appello dal proprio ego inquisitore che una camicia di forza e la compagnia della guardia carceraria che soffia sulla tua sbobba di sostentamento.. No! Tutto questo lo rifiuto. Non spacciatemi panopticon per i migliori dei paradisi. Non sono un'edonista né una pecora in cerca del conforto del pastore e della mangiatoia smarrita prima di essere sgozzata. Non così, non questo, un'altra via. Indolore, incolore, reale, realmente una risoluzione e l'unica, unica via possibile.. é possibile racchiudere tutte le inquietudini in un pugno e gettarle al rogo col soffio di quello che resta nei polmoni, mai più il problema di passarle in rassegna e trarre un po' vita dai malanni e sollievo dagli affanni del soffiarci sopra ad una ad una perché brucino di meno. Liberare il corpo macilento, arsenale di eritemi ardenti e cicatrici macabre con cui mi trascino in giro sotto il vento basso colla pressione alta, per le stradine di vita che implode lentamente e in un delirio in crescendo sull'orlo della nota decisiva, nascosta all'orizzonte lì davanti da qualche parte invisibile, inafferrabile, e incedere furiosa verso di essa- verso di lei, contro, attorno, sopra, avvolgerla, afferrarla, ma anche solo riconoscerla!- tra i sotterranei di spartiti labirintici, spettrali segni d'inchiostro sfatto, infiniti, e il delirio che cresce, cresce silenzioso, muto e mutilato, ché non ha la forza di sostenere se stesso e si struscia lungo i muri della notte sotto il cielo radioattivo di un'Hiroshima lacerata, e graffia, graffia nella terra, le unghie consumate, i polpastrelli privati da tempo immemore della loro sensibilità, avidi, inarrestabili, bramosi di morte, morte ancora e più potente da poter sentire, più penetrante da potersi vedere, e che sia uno scoppio, un botto dal potere non persuasivo ma pervasivo! Un eterno fatale e definitivo botto, una biscia nera che si ritiri e poi si estenda e si insinui tra le palpebre e le meningi scricchiolanti e finalmente inietti il suo veleno catalizzante, decreti, favorisca la fine di questo infinito brancolare alla ricerca della fine. Nebbia. Nuvole. Invoco tuoni senza lampi, senza futili incandescenze o lumi, una tempesta chiara come il vuoto, semplice come l'origine che precede il caos, risolutiva come il termine di un'onda che cresce, che sale e s'infrange presso la scogliera gelida, irremovibile. Uno schianto e poi nulla più. Obnubilamento. Oblio. E più non dover vivere nella paralisi.

lunedì 6 luglio 2015

Chiare, fresche e dolci un cazzo

Considera il mare
Limpido, una promessa estiva
La beatitudine incosciente 
Di fine giugno.
Il bagnasciuga in cui smarrirsi le membra 
Giovani, fresche
Nel tepore di un sole violento
Che calpesta la sabbia 
Fino a farla bruciare
Che sfianca e sfinisce le preoccupazioni
E l'andirivieni delle onde
Che trascina le turbolenze.
E corriamo verso il mare
Infinito, amichevole.
Verso sogni di felicità a poco prezzo.

Considera la civetta 
Che la sento infaticabile, tenace
Lanciare i suoi richiami alla compagna 
All'altro lato della casa
In un continuo gioco di rimandi, 
Di scambi di biglietti tra adolescenti infatuati
Dell'amore innocente fra i banchi di scuola
In trepidante attesa del trillo dell'ultima ora. 

Considera la voglia di ballare
Le scorpacciate di serate in piazza
Le minigonne, il mascara, 
La musica oltre la soglia normale di decibel
Che padroneggia i volteggi di chiome vaporose..
Le guance fresche, i colli profumati
La vodka col ghiaccio, le partite a biliardo
Gli incontri studiati di sguardi, 
I saluti, i sorrisi smaglianti.

Considera il mare
Intessuto delle urla anonime 
Di anime disperate che risucchia, 
Di esuli viventi che vendono l'anima
Allo scafista di turno 
Per una promessa di libertà mancata.

Considera la civetta
La sua ricerca estenuante 
Le grida dolenti che si perdono 
Agli angoli macabri delle strade 
Avvolte dal buio umido della notte senza termine
Nel brusio tenebroso di grovigli di rami fitti,
Dove l'altra é stretta e ansimante 
E sola e sperduta 
Tra stenti e disperazione 
Colle ultime riserve del suo lamento
Fa eco a quell'impotenza condivisa.

Considera la voglia di gridare
Contro quei ritornelli pop fasulli, 
Che ti sfondano i timpani e t'insultano i neuroni
E ti spacciano tutto questo come 
La droga più appetibile..
E considera la voglia di urlare
Più forte di quei rimbombi di mani in aria
Incitate dalla fluorescenza rintronante  
Di luci al led colorate e ipocrite 
Che mascherano il buio, ma non lo squarciano.
Quegli inni alla giovinezza idioti e ingannevoli 
Le labbra a culo di uccello rosse e scintillanti,
Per attirare a bella posta la prossima preda cretina
Le guance intrise di fondotinta e non di rabbia.

Considera che non ti conosco
E scrivo rivolta ad un ipotetico tu
Per ingannare la maledetta solitudine
E rimediare a questa ridicola incapacità a bastarmi,
Per ripartire le mie frustrazioni sceme 
Come coi titoli di Borsa
Come fosse possibile suddividere e alleggerire
La trama infinita di uno sconforto 
Senza cadere in paradossi insolubili
E vivere ancora nella speranza, 
Sempre frustrata e sempre rinnovata,
Che da qualche parte 
Quei "tu" esistano.

giovedì 5 marzo 2015

Cin cin, è la fine dell'uomo

Sentire gli occhi
Saturi di stanchezza
Vacillare sotto questa luce
Troppo forte da sostenere.
Non è la luce redentrice
Verso cui strisciano i sussulti di speranza
Diafani, e asfissiati
Dai nostri oceani d'insalubrità quotidiani.
È quella che percuote
Ti ricorda che sei lì
Frutto di quest'abiezione universale
E ad essa incatenato.
È quella che disillude, squarcia
I tuoi sogni d'abdicazione,
Vanagloria del risentimento
Che trascini in questo mondo
A causa di esso
E rivolto ad esso.
È quella che ti acceca d'evidenza:
Per quanto tu dichiari
Di aver licenziato ogni certezza obnubilante
Ogni sporco ideale, ogni umana depravazione,
Per quanto tu possa
Sinceramente sentire
Di aborrire un mondo, e lenire
Le frustrazioni nate
Da questa eletta presa di coscienza
-quale abile compiacimento-
Nel dirti pronto a distaccartene
Sarai sempre da esso intimamente posseduto.
Ché dal momento in cui ti ha generato
Ha instillato in te la gemma inveterata
Della sua essenza mortifera
Stigmate dell'essere moderno e
Suscettibile di dissipazione
Solo tramite totale annientamento.
E aggrappato a sogni di rivoluzione
Edifichi e covi utopie
Ancor più abbacinanti e deleterie
Della vita contro cui le scagli,
Proprio perché ogni rivoluzione
È tale solo in potenza
Ed è nel momento dell'atto
Che essa diviene negazione di se stessa
Trasfigurata in aberrazione
Contaminata da impulsi insolubili
Inclini alla reiterazione
Essenza e condanna della condizione umana.
E sotto l'influsso di questa fulminea apostasia
Patrocini la tua insigne causa
Di disertore d'illusioni contemporanee
Appellandoti, in nome della Verità,
A chimere future.
E dalla tua finestra protesa sulla vita
In movimento lungo le strade della notte
Nella frenesia di un andirivieni
Cristallizzato, sedato
Dalle sue odissee quotidiane
Individuali e individualizzanti,
Ti diletti,
Dall'alto della tua fiera indignazione
Col tuo vizio di superbo rincrescimento,
A scoccare frecce di anatemi cocenti
Contro la scipitezza metastatica
Di quel mondo perso
Tra risa e bicchieri di gin
Che brinda incosciente
Del tuo ancor più insipido sciorinare.
Cin cin, è la fine dell'uomo.

giovedì 19 febbraio 2015

Risvegli

"Nella profondità dell'inverno,
ho imparato alla fine che dentro di me
c'è un'estate invincibile”


Una luce nuova
Trapassa il cuore
All'improvviso
Come ti svegliasse dopo un lungo periodo di degenza
Di deficienza visiva e di paralisi mentale
Ne percepisci la violenza
Sveglia d'un tratto ogni tua funzione vitale.
E tu che fin prima di quell'indefinibile momento
Ti ostinavi alla clausura di un'illusoria cecità
Al riparo da ogni possibile tormento
Nella calma piatta della tua quotidianità
Tanto vantaggiosa eppure tanto spietata
Perché non ti s'addice
Contro natura.
E tu intrisa di sin troppo razionali sovrastrutture
E di auto convincimenti dettati da spregiudicati calcoli
E di incoscienti paure,
Con cui scacciavi l'evidenza aggirando gli ostacoli
Senti ora in te crescere la voce sfrenata
Della necessità redentrice
Sublimata nell'inno che ogni vigliaccheria abiura.

giovedì 12 febbraio 2015

"Se mi vuoi bene piangi"

Te ne sei andata così, quando tutti meno se l'aspettavano
Eppure per me era così palese
Che il tuo tempo fosse al limite massimo consentito
Te ne sei andata così, tra il sorgere del sole
E lo sbiadire della luna.
Alba e tramonto, in congiunzione
Come in ogni cosa.. Il cui inizio è in sé, in potenza, fine.
E t'hanno portato via
Prima che potessi rivederti.
Ma in fondo è stato meglio così,
In fondo non ne avrei cavato niente di buono
Perché in fondo le tue guance incipriate
E le labbra dipinte da un rossetto ipocrita
Mi avrebbero fatto solo rabbia.
Federica ha visto le tue mani gonfie
E ha urlato per l'impressione
"Perché non le avete truccate!"
E io lo trovo così stupido, e ingiusto, e così
Dannatamente privo di senso
Che uno non possa nemmeno nella morte
Essere in pace, lasciato libero
Incontaminato da tutto questo
Nostro marcire pullulante in ogni angolo della terra,
Che dalla terra ci divide
Fino alla fine e oltre.
E questo nostro esibire, questo vuoto dimostrare
Questi gesti convenzionali e queste
Parole vuote e obbligatorie
Una prassi atrofizzante.
Perché non un semplice silenzio?
Perché il bisogno di riempirci gli animi
Di un conforto insincero,
Di discorsi stereotipati, pieni di finto buonismo
Necessari e previsti,
Come uno scontrino battuto
Dalla cassiera di turno
Annoiata e distratta
Che mastica chewing-gum.
Perché queste raccomandazioni
E questi elogi alla memoria del caro
Non-più-qui-presente defunto
Il cui lume e insegnamenti
Terremo in noi sempre vivi e incisi ecc ecc..
Ché se fosse stato un maniaco, o un violento e ubriacone
Una persona spregevole, un egoista,
Un assassino, o semplicemente assente..
Non importa.
Ma quali luci e insegnamenti potremmo mai trarne?
E perché questa rintronante chiosa finale
Sull'amore, la pietà, la bontà di un dio invisibile
Che si ripete come il refrain
Di una canzonetta in un nastro incagliato.
Così sto alla tua sinistra un po' irritata
E destabilizzata, getto occhiate sulla bara
Addolcita da una coperta di fiori bugiarda.
Cerco di rievocare i ricordi che ho di te, mi sforzo
Ma mi accorgo che non ce ne sono poi
Di così incisivi, significativi
E penso a quello che mi raccontava mamma
Delle tue scenate deliranti,
A casa, in presenza di mia sorella e me piccole
E alle teorie di Freud sulle rimozioni
E le devianze dell'inconscio..
E penso che è tutto così confuso
E privo di senso
Come questo ridicolo rituale e questa bara da 2700 euro
In nome e nella grazia di quel buon Dio celeste.
E sento mio zio appena arrivato al cimitero che parla forte,
Col suo solito, irritante bisogno d'attenzione
E i risolini e le chiacchiere inutili
Di tutta questa gente sconosciuta
Dopo un "che la pace sia con voi" e un segno di croce
Col sangue che metabolizza il corpo di Cristo
Ingerito mezz'ora prima
E fisso il becchino sigillare il tuo corpo
Nella carcassa di marmo gelido
Per la quale ancora non riesco a non provare orrore
E nel frattempo resto muta,
Così come credo sia più giusto e rispettoso,
Cercando di stabilire un contatto
Con te solo
E sento una velata nostalgia
Ricoperta e sopraffatta dal rammarico
Per quella persona che ho solo così superficialmente conosciuto
E di questo mi dispiace.