venerdì 29 agosto 2014
"È da un tipo speciale di veglia che deriva la messa in discussione della nascita"
Non so bene da dove partire e non so neanche dove mi porteranno le parole che ho deciso di far uscire ininterrotte e mettere per iscritto come un flusso di coscienza magari incomprensibile e che a distanza di anni, mesi o settimane rileggendole mi daranno quel solito senso di patetismo che avverto ogni volta nel ri-imbattermi in disegni e scarabocchi, intuizioni, convinzioni o qualsiasi altro prodotto dei miei sfoghi e dei miei deliri.. Ma lo faccio comunque. Lo faccio per me, forse perché ne ho bisogno. O, almeno, così mi pare, e me ne rendo conto in questo periodo più che mai, ché mi sembra di essere totalmente morta e non mi riconosco più.. Il tempo passa e nel suo trascorrere porta qualcuno a sbocciare e qualcun altro ad appassire lentamente. "Ma allora perché?" Mi chiedo.. Come si fa a non sbagliare? Bisogna imparare a conoscersi dal profondo spogliarsi da ogni condizionamento ed impressione del mondo esterno, non lasciarsi distrarre da questioni tanto effimere che riempiono le nostre piatte vite,abbandonarsi al moto del lento divenire per potersi ritrovare soli faccia a faccia con la verità sepolta nella parte più remota e inesplorata del nostro io paraplegico.. Ci provo, ma provandoci ogni volta che mi ci avvicino sento come un groviglio di urla interminabili un grande caos irrisolvibile che mi costringe a fare marcia indietro. E così è da sempre che mi ritrovo in bilico tra due diverse possibilità, tra la superficie e il fulcro della vita, tra due diversi atteggiamenti, se si vuole, da adottare. Tra quell'autenticità pura che resta per me un bagliore che si assopisce in lontananza,una luce ad intermittenza che ora vedi ed ora sparisce e l'altro movimento verso cui arranco da sempre e in cui persisto, oppressa e costretta dal peso della mia immensa debolezza.. quello convenzionale, quello di tutta la gente e di tutte le genti, troppo prese dagli affanni della vita materiale e da se stesse per rendersi conto di non essere altro che un'insignificante pedina in un'enorme scacchiera dalla quale non usciranno che vinti. E io nel frattempo, paralitica, non riesco ad abbandonarmi alla sorte di quello slancio cieco e imprevedibile per natura, che percepisco confusamente, e mi porto addosso questa insopportabile sensazione di precarietà che avverto sempre più e che mi spegne mi annulla mi svilisce in modo sempre più decisivo.
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