mercoledì 31 dicembre 2014
Cara te stessa
Non è una pura coincidenza il fatto che decida di chiamarti in causa per la prima volta proprio nel preciso istante in cui tutto si appresta all'epilogo, in questi minuti traboccanti di irrefrenabile e finta euforia per i più, coi fuochi pronti ad esplodere come sentenze finali, fatali sulla mia testa affollata di contraddizioni, abitata da un rumore più assordante che s'infrange e si risolve nell'immobilismo catatonico del mio corpo e della mia esistenza esteriore ormai così piatta ma per nulla ipocrita rispetto alla Loro. Ecco, il sodalizio dell'inutilità è incominciato, e insieme, in rapporto ossimorico, il coronamento del mio percorso di presa di coscienza compiuto. Brindano ad un nuovo inizio, a nuove gioie, soddisfazioni, a un anno migliore. Non c'è in me nessun'invidia, nessun dolore, né alcun disprezzo, solo fredda e lucida consapevolezza, che mi ha spinto e mi spinge in direzione ostinata e contraria all'insensata necessità di allegria e sterile perdizione. Ma ecco, per Voi ..Col cuore traboccante di desolazione, tenue pietà, rassegnazione auguro a voi il VOSTRO meglio. A me basta questo, nella forzata solitudine della mia camera tiro le somme e traccio il risultato di questo fondamentale seppur modesto abbozzo di metamorfosi avviata e col distacco amaro da cui ora percepisco la vanità di questa vostra convenzionale eccitazione, sintesi celebrativa del tutto che è nulla, porto simbolicamente a compimento - suggellandolo in questa notte, in queste parole -il primo passo verso il raggiungimento di una necessaria seppur assai lontana catarsi, il primo passo verso me, timidamente e un po' goffamente accennato nei lontani albori di un anno ormai tramontato tra insicurezze, angosce e tormenti terribili compiutisi però forse sempre entro un cammino ascensionale, e proprio per ciò così lacerante.
venerdì 31 ottobre 2014
La vita come il tè delle cinque
Mia madre chiacchiera con zia che è venuta a casa insieme a mia cugina. Sono tutte in cucina. Mio padre guarda la tv con mio fratello. Sento l'odore di tè coi biscotti che mamma sta preparando per tutti. Un ordinario vezzo, un ordinario pomeriggio di un'ordinaria domenica..un fine novembre ordinario. Fuori c'è un sole dolce e la tipica atmosfera placida e rigenerante di questi ultimi sprazzi di tepore preinvernale.
Avevo voglia di andare al parco.. calpestare le foglie secche, respirare la pace emanata dal vento che smuove le chiome degli alberi non ancora spogli e abbandonare corpo e mente ai loro suggestivi giochi di sfumature bronzee e rosate, che sembra rimandino i sensi ad uno stato di atavica, armoniosa, indicibile unità panica, accecare ogni angoscia, sublimarla al cospetto dello sfavillio invadente degli ultimi raggi di quest'autunno agli sgoccioli, che ostinato si abbatte con tutta la sua volontà di potenza sui contorni delle siepi e rimbalza sotto le palpebre; che, quasi come opponendosi al suo inevitabile destino, rifiuta di dissolversi al chiarore tetro dell'aurora invernale senza macchie né odori, spettro diafano che intirizzisce le gambe e i pensieri.
Ma sono ancora nella mia camera e non ho più voglia di uscire perché la mia -anch'essa ordinaria- desolazione domenicale ha preso il sopravvento, decido di restare qui, nascosta sotto le coperte nel silenzio oscuro della stanza, con la finestra chiusa, al riparo da questa ordinaria superficialità così pericolosa perché si arroga esclusivamente il diritto dovere di creare la vita e compiere il suo trascorrere ciclico, eternamente uguale a se stesso, lontana da questo fallace principio ordinatore che getta l'esistenza in quella semplicistica fossa comune del (non) vivere, alla mercé di un arido e stantio processo di meccanizzazione, da questa malattia sempre più degenerante e degenere - sennonché ormai totalmente degenerata, da questa metastasi della Vitalità più vera e pura, annebbiata da tutto ciò che in questo secolo orribile più che mai è bisogno di contingente, di altro, di distrazione e di non Verità, ovvero dalla "vita" stessa.
lunedì 6 ottobre 2014
Ecce Homo
Occhi trasognati,
sguardo iniziato ai dolci segreti di un mondo ancestrale
Anima tinta di rosso,
Vita che infiamma senza mai consumarsi
Cuore che vibra in sintonia coi volteggi eseguiti dal vento,
Col suo vigore pulsante compiace la mente elargendo smisurate certezze
Mistica concordanza tra cielo e terra.
Ecco l'uomo.. i suoi sogni d'intramontabile speranza.
Occhi inceneriti, sguardo disturbato dalla polvere del nulla
Anima inabissata nel putridume di un pantano inoppugnabile,
Vita nascosta sotto il mantello della disperazione, mutilata fugge se stessa
Cuore artificiale che sostiene l'impalcatura
Di questa immensa farsa in una tragedia mal riuscita.
Ecco l'uomo.. l'esegesi della sua insipida esistenza.
sguardo iniziato ai dolci segreti di un mondo ancestrale
Anima tinta di rosso,
Vita che infiamma senza mai consumarsi
Cuore che vibra in sintonia coi volteggi eseguiti dal vento,
Col suo vigore pulsante compiace la mente elargendo smisurate certezze
Mistica concordanza tra cielo e terra.
Ecco l'uomo.. i suoi sogni d'intramontabile speranza.
Occhi inceneriti, sguardo disturbato dalla polvere del nulla
Anima inabissata nel putridume di un pantano inoppugnabile,
Vita nascosta sotto il mantello della disperazione, mutilata fugge se stessa
Cuore artificiale che sostiene l'impalcatura
Di questa immensa farsa in una tragedia mal riuscita.
Ecco l'uomo.. l'esegesi della sua insipida esistenza.
venerdì 29 agosto 2014
"È da un tipo speciale di veglia che deriva la messa in discussione della nascita"
Non so bene da dove partire e non so neanche dove mi porteranno le parole che ho deciso di far uscire ininterrotte e mettere per iscritto come un flusso di coscienza magari incomprensibile e che a distanza di anni, mesi o settimane rileggendole mi daranno quel solito senso di patetismo che avverto ogni volta nel ri-imbattermi in disegni e scarabocchi, intuizioni, convinzioni o qualsiasi altro prodotto dei miei sfoghi e dei miei deliri.. Ma lo faccio comunque. Lo faccio per me, forse perché ne ho bisogno. O, almeno, così mi pare, e me ne rendo conto in questo periodo più che mai, ché mi sembra di essere totalmente morta e non mi riconosco più.. Il tempo passa e nel suo trascorrere porta qualcuno a sbocciare e qualcun altro ad appassire lentamente. "Ma allora perché?" Mi chiedo.. Come si fa a non sbagliare? Bisogna imparare a conoscersi dal profondo spogliarsi da ogni condizionamento ed impressione del mondo esterno, non lasciarsi distrarre da questioni tanto effimere che riempiono le nostre piatte vite,abbandonarsi al moto del lento divenire per potersi ritrovare soli faccia a faccia con la verità sepolta nella parte più remota e inesplorata del nostro io paraplegico.. Ci provo, ma provandoci ogni volta che mi ci avvicino sento come un groviglio di urla interminabili un grande caos irrisolvibile che mi costringe a fare marcia indietro. E così è da sempre che mi ritrovo in bilico tra due diverse possibilità, tra la superficie e il fulcro della vita, tra due diversi atteggiamenti, se si vuole, da adottare. Tra quell'autenticità pura che resta per me un bagliore che si assopisce in lontananza,una luce ad intermittenza che ora vedi ed ora sparisce e l'altro movimento verso cui arranco da sempre e in cui persisto, oppressa e costretta dal peso della mia immensa debolezza.. quello convenzionale, quello di tutta la gente e di tutte le genti, troppo prese dagli affanni della vita materiale e da se stesse per rendersi conto di non essere altro che un'insignificante pedina in un'enorme scacchiera dalla quale non usciranno che vinti. E io nel frattempo, paralitica, non riesco ad abbandonarmi alla sorte di quello slancio cieco e imprevedibile per natura, che percepisco confusamente, e mi porto addosso questa insopportabile sensazione di precarietà che avverto sempre più e che mi spegne mi annulla mi svilisce in modo sempre più decisivo.
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