"Mi sentivo pronto a rivivere tutto. Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora.”
A. Camus, "Lo Straniero"
Aveva da poco finito di pranzare, e, come d'abitudine, si era alzata per prima da tavola, lasciando, con tutto il disprezzo che le era possibile accogliere nelle viscere, quell'atmosfera così grottesca che le pareva la messa in scena di una tragicommedia dell'assurdo, e quell'irritante piatto di tagliolini e fagioli al brodo che puzzava di ordinario e di finzione, che ogni domenica da quando aveva memoria ritrovava puntualmente li sotto il suo naso, pronto ad offrirlesi non con la benevolenza tipica delle cose a cui siamo avvezzi ormai da sempre e che ci confortano, ci rassicurano, per le quali proviamo quell'affettiva tenerezza quasi scontata, che poi un giorno, cessata l'abitudine e la routine di quella cosa, rievochiamo con dolce nostalgia come un simbolo sacro della memoria, no. Quel piatto le si imponeva con il fare sadico e spregiudicato di chi sa di avere in pugno una docile e impotente vittima. Già perché lei non poteva nulla davanti quel piatto, se non opporre una interiore e quindi futile ribellione conducibile al massimo al rifiuto di mangiarlo. Altro non osava fare, non perché non avesse il coraggio, semplicemente perché - ella riteneva con convinzione - non meritavano in alcun modo che essa divenisse la causa o il pretesto per l'alterazione di quel finto equilibrio, lo disprezzava a tal punto da non voler che tirarsene fuori con la sua distaccata apatia e col suo mutismo pieno di ira. Se ne stava In pigiama raggomitolata su se stessa con le spalle schiacciate contro il muro dell'angolo della sua camera, riscaldato dal contatto col camino della cucina adiacente, quell'angolo che era per lei esclusivo rifugio e geloso possesso, quel suo angolo che ormai aveva elevato a luogo possibile, reale, concreto di intimità, unico all'interno di quella casa che vedeva come una specie di zoo in miniatura abitato da creature di specie diverse, inconciliabili, con linguaggi ed esigenze differenti, quasi divergenti, ognuna intenta a trainare in avanti ogni giorno il carro della propria egoistica sopravvivenza - ovvero non-esistenza - seguendo movimenti quasi meccanici, ridotti a pura reazione alla più piatta Necessità, senza percepirne il senso, senza essere turbate per un solo istante da un qualsivoglia dubbio, dalla improvvisa presa di coscienza dell'inutilità del tutto. Bestie che resistevano lì, semplicemente, ammassate tutte insieme in un claustrofobico ecosistema retto da un instabile equilibrio e da poche fragili leggi non scritte, sotto un'impalcatura fatalmente precaria, necessaria quanto basta a reggere quella facciata, copertura ad una convivenza forzata, fatta della più irrimediabile incomunicabilità e della più sintomatica apatia, e nella quale ciononostante lei non riusciva a trovare mai quell'agognata idilliaca solitudine priva di interferenze esterne di cui sentiva costantemente il bisogno. Dunque passava quanto più tempo poteva sprofondata in quell'angolo, solo li aveva la possibilità di ritrovare (sempre a fatica) un po' tranquillità, lo straniamento dal fastidioso trambusto dei ragazzini che riempivano sempre la casa, che strideva con l'ancor più assordante silenzio generato dall'incomprensione che permeava l'atmosfera ormai da anni, forse da molto prima che ne fosse cosciente, forse da sempre. Leggeva uno dei suoi libri, forse un saggio di Freud o qualche cinica riflessione di Cioran. Ogni tanto fissava il cielo dal vetro della finestra. Fuori pioveva. C'era la nebbia. Provava una strana ambivalenza affettiva per i temporali. Spegnevano in lei quegli ultimi bagliori di desiderio, le flebili scintille di vitalità e speranza che ancora custodiva coscientemente nei luoghi più reconditi del suo cuore e che certe volte sentiva affiorare in superficie con un vigore inusuale, quasi violento, che sempre la meravigliava. Le succedeva per esempio nelle giornate soleggiate che trascorreva al parco vicino casa, assorta nella contemplazione dei giochi di luce prodotti dai raggi del sole, che inondavano quel tappeto di foglie secche tinte di autunno, ai piedi dei lampioni; o mentre, distesa su di una panchina, gli occhi rivolti al cielo o ad un libro, si lasciava rapire dal fluire limpido delle nuvole o dei pensieri di quel tanto grande e frainteso filosofo dello Zarathustra che amava immensamente; oppure ancora quando si trovava a passeggiare sola lungo una strada particolarmente calma e suggestiva, adorava passeggiare perché era per lei una rigenerazione dagli effetti di lunga durata. I temporali annientavano tutto ciò, senza però suscitarle il minimo sconforto o senso di tristezza, era più un sentimento di complice melanconia ad inebriarla.. Sentiva uno slancio romantico verso quella natura che nel suo manifestarsi così prorompente, così cupo e aggressivo, non era matrigna bensì comprensiva, compassionevole verso di lei... Sì, avvertiva una sorta di accordo intimo e celato tra il suo animo e la sommossa del cielo, una complice affinità, una volontà comune di espiazione, una concordanza implicita tra il precipitare chiassoso della pioggia e il suo indefinito e cupo desiderio di sprofondare, sprofondare in un circolo vizioso ed ipertrofico di pensieri, per poi piangere e giungere ad una pseudo liberazione. Amava crogiolarsi in quella malinconia complice, sentire il peso di tutto il suo essere. Percepiva l'unità, acquisiva piena consapevolezza di sé, era una riconciliazione inesprimibile con se stessa e con l'immanente, senza illusorie scalate trascendenti, senza capriole tra le nuvole, era un tuffo nel sottosuolo. In questi momenti le piaceva perdersi nei deliri ermetici degli eroi di Dostoevskij, ed amava in maniera smisurata quell'angolo di muro così scomodo eppure così rassicurante della sua stanza.