giovedì 1 gennaio 2015
Pa|e/s|saggi di vita
Con la fronte incollata al vetro freddo e insensibile fisso i rimasugli di neve che il sole neanche oggi è riuscito a piegare alla sua volontà. L'atmosfera è di un immobilismo di quelli disarmanti, solo qualche esile ramo della pianta di kiwi spoglia ed intricata nel giardino accenna un lieve movimento sollevato da un vento sfiancato, giunto al culmine del parossismo, dopo il grande ed emblematico tumulto che ha calato ora il sipario sugli ultimi giorni di dicembre, come una sorta di uragano carico di segni, come una profezia giunta ad abbattersi sul concludere di un ciclo, per concluderlo. E ora si può voltar pagina, nel silenzio e nella calma surreale, sotto questa luce rarefatta di una luna nuova che si staglia così pura e rassicurante nella sua imperturbabile fissità, su nel cielo padrona dell'oscurità avvolgente di una tela priva di stelle e di una testa alla deriva, derubata di ogni bagliore, di ogni faro che indichi anche solo un sentiero lungo il quale inoltrarsi. Così, dopo tanto travaglio interiore, tra interrogativi e mere illusioni ecco che sembra esser scesa su di me la notte universale e irrevocabile, e mi sento persa mentre continuo a guardare fuori, l'enigma di questo cielo indecifrabile, il candore di questa neve ingenua, e la debolezza di questo albero denudato di tutti i suoi germogli e rivestimenti esterni, che si mostra in tutta la sua pura forma e fragile spigolosità, cosi ansimante cosi apatico, nel suo agonizzante persistere in vita a cui è condannato.. E mi domando come certe realtà così contrastanti, certi ossimori possano convivere in tale paradossale complicità, naturale armonia.. Ma poi al cospetto di questo mistero mi accorgo di come io stessa non sia mera spettatrice ma comparsa attiva di questa sacra rappresentazione.. E di come, trascinandomi dietro i miei rami secchi, spogliati di ogni fallace certezza, continui ad arrancare nel vuoto stillante gocce di sensazioni claustrofobiche, aggrappandomi a funi salvifiche fatte di attimi di pura vitalità e sincera - forse illusoria - ebbrezza, sempre più lacerate, corrose, sempre più ridotte all'osso, pronte a cedere, nel mio pantano quotidiano a cui cerco di opporre resistenza, nella smaniosa ricerca di una speranza, nell'ansia per quelle funi sfilacciate che chissà ancora per quanto mi faranno oscillare sull'abisso, e attendo, resisto.. per non essere del tutto fagocitata, per non ritrovarmi vittima della mia stessa carneficina. Ma a cosa serve poi tutto questo vuoto concettualizzare, nient'altro che misero e vano momento di lucidità pungente, destinato presto a rifondersi e confondersi in quel magma indistinto delle mille voci interiori schiacciate dalla potenza volontaria e incontrollabile del mio istinto alla conservazione, che nel momento in cui ogni sincero movimento in me accenna ad emergere ecco che ogni via gli è prevaricata, ogni traccia da seguire cancellata ed esso si disperde nell'inattuabile.
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