martedì 25 agosto 2015
Esperimenti di fine estate..
È così negli stralunamenti notturni rinnovo l'appuntamento coi miei desideri escatologici ma vago in cerca di arnesi adatti a maneggiare questa valvola di sfogo usa e getta. E sono ore di sonno perse, di lucidità buttata in un impiastro di foglio, sì, alla ricerca di un ordine sconosciuto che si adatti alle escrescenze di questo magma ribollente, ne valesse la pena, come se le agitazioni sotterranee che covano sommosse ed esplosioni possano essere disciplinate, domate, e infine incasellate in architetture cristalline, oh sì sarebbe bello ridurre tutti gli affanni ad un libretto d'istruzioni tascabile, di carta ecologica, ognuno la sua soluzione ed ogni cosa al suo posto. Ma grava sulla testa una condanna a qualcos'altro, e pesa come una spada di Damocle. Malgrado il fascino ossesso, l'attrazione ostinata, la mania e il bisogno, il bisogno imperante dell'ordine, questa bussola persa prima ancora di poter ca(r)pire il mio Nord, bussola di un senso a portata di mano, una direzione un porto per le mie debolezze alla deriva, quest'ordine amante smarrito, mai conosciuto.. che esista poi? Che non sia sogno? E sogno infernale, subdolo, guida seducente col suo prontuario di moine da sommelier di etere antico, a cui affidare senza esitazioni la sete di beatitudine, salvo poi cadere a terra stordito da calici di repressione stagionata, risvegliarti cosciente nelle geometrie precise di un'impalcatura tanto precaria quanto spietata, sotto il cui peso annaspa adesso il tuo ritrovato e tanto atteso posto fisso di condannato a dissipazione, una dissipazione di forze ancor peggiore, a una disperazione che diviene rancida, a una lotta che diviene doppia. Meglio un autodafé proclamato senza appello dal proprio ego inquisitore che una camicia di forza e la compagnia della guardia carceraria che soffia sulla tua sbobba di sostentamento..
No! Tutto questo lo rifiuto. Non spacciatemi panopticon per i migliori dei paradisi. Non sono un'edonista né una pecora in cerca del conforto del pastore e della mangiatoia smarrita prima di essere sgozzata. Non così, non questo, un'altra via. Indolore, incolore, reale, realmente una risoluzione e l'unica, unica via possibile.. é possibile racchiudere tutte le inquietudini in un pugno e gettarle al rogo col soffio di quello che resta nei polmoni, mai più il problema di passarle in rassegna e trarre un po' vita dai malanni e sollievo dagli affanni del soffiarci sopra ad una ad una perché brucino di meno. Liberare il corpo macilento, arsenale di eritemi ardenti e cicatrici macabre con cui mi trascino in giro sotto il vento basso colla pressione alta, per le stradine di vita che implode lentamente e in un delirio in crescendo sull'orlo della nota decisiva, nascosta all'orizzonte lì davanti da qualche parte invisibile, inafferrabile, e incedere furiosa verso di essa- verso di lei, contro, attorno, sopra, avvolgerla, afferrarla, ma anche solo riconoscerla!- tra i sotterranei di spartiti labirintici, spettrali segni d'inchiostro sfatto, infiniti, e il delirio che cresce, cresce silenzioso, muto e mutilato, ché non ha la forza di sostenere se stesso e si struscia lungo i muri della notte sotto il cielo radioattivo di un'Hiroshima lacerata, e graffia, graffia nella terra, le unghie consumate, i polpastrelli privati da tempo immemore della loro sensibilità, avidi, inarrestabili, bramosi di morte, morte ancora e più potente da poter sentire, più penetrante da potersi vedere, e che sia uno scoppio, un botto dal potere non persuasivo ma pervasivo! Un eterno fatale e definitivo botto, una biscia nera che si ritiri e poi si estenda e si insinui tra le palpebre e le meningi scricchiolanti e finalmente inietti il suo veleno catalizzante, decreti, favorisca la fine di questo infinito brancolare alla ricerca della fine. Nebbia. Nuvole. Invoco tuoni senza lampi, senza futili incandescenze o lumi, una tempesta chiara come il vuoto, semplice come l'origine che precede il caos, risolutiva come il termine di un'onda che cresce, che sale e s'infrange presso la scogliera gelida, irremovibile. Uno schianto e poi nulla più. Obnubilamento. Oblio. E più non dover vivere nella paralisi.
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