venerdì 17 giugno 2016

#Dagherrotipo nevrastenico

E poi mi è piombato addosso, mi dico. E per un attimo mi è parso come il segno, il preannuncio di una sorta di palingenesi. Era solo, da quanto e come la vivesse restava alla mia immaginazione, ma sentivo di riconoscermi nella sua solitudine. Due solitudini che avessero il privilegio di intrecciarsi nel loro rifiuto di abietti compromessi. Mi parlava dei cavalli e prima ancora di poter conoscerlo mi pareva che già lo comprendessi. Nei suoi capelli scuri riconoscevo l'abisso del mio umore. Leggevo in quei capelli il marchio di un destino in cui non ho mai creduto. E poi m'immaginavo quei suoi capelli mossi dal vento, nei giorni in cui cavalcando riusciva ad aprire spazi possibili, interstizi in cui fuggiva lo squallore che avvertiva come una patina impermeabile sulla sua pelle. Lo immaginavo respirare per istanti magici, dietro di sé dispersa nella polvere l'angoscia per il cappio che ti stringe il collo; lui mi parlava e mi appariva la sua figura eretta scrollarsi di dosso a briglia sciolta tutto il carico delle mie miserie che erano anche sue quando scendeva da cavallo. E in piedi eravamo simili, entrambi col rifiuto di strisciare a terra tra le schiere di finzioni sociali per ingannare la Grande Piaga e ingannarci tra noi ingannando noi stessi. E quindi soli. Soli e in piedi su due gambe calpestando ogni sporco compromesso e con le teste meno al riparo e più visibili dall'alto e suscettibili alla morsa. Correvo e l'ho incontrato. Sono inciampata ma stavolta non c'era il cappio ad avermi presa bensì lui. Lui mi è sbattuto contro e mi sono rialzata un po' scossa ma è bello poter correre insieme, mi dico. Ce l'hai tu il fiato?
Io non correvo sui cavalli.
Lui si ergeva leggero coi capelli al vento e lo immaginavo libero di una libertà che io inseguivo forsennatamente.
Io correvo con le mie gambe martoriate e sentivo sempre il Suo alito putrescente posarmisi sul collo e starne male.
Io non corro sui cavalli perché poi dovrei riscendere nel mio abisso nero. Sicché non vi troverei nulla più che la consapevolezza di un fuggevole senso di distensione impermanente. Sicché mi ritroverei braccata, presa in un angoscia lancinante posati i piedi a terra, spaesata e immediatamente incapace di qualunque movimento. Per ciò ho i piedi saldi sulla terra. Vigilando correre e correre senza il supporto di protesi. Lui eretto, le sue gambe in una linea armonica che si slega lungo terminazioni equine, per chiudersi nei quattro zoccoli, che leggeri affondano in universi di deprivazione sensoriale. Correre sempre sul filo della realtà è per le mie ossa un movimento necessitato e necessario, è il conato spinoziano del girasole che fugge le tenebre e volge i suoi petali ai raggi, ma il girasole insegue il suo permanere in vita restando radicato nel terreno, perpetuo roteare stando saldi. Sono un girasole. Lui vola nel vento coi suoi capelli neri che accarezzo e mi sembrano intinti nella tavolozza del mio umore. Lui vola in spazi capovolti, oltre i confini della terra, volteggia nella sua favola costruita su misura, sospeso nella sua bolla di sapone, mentre io corro nelle viscere dell'esistenza, corro e gli stringo la mano, lo afferro e lo tiro a me. E poi lui evapora. Gli accarezzo i capelli. Lo guardo in quei suoi occhi scuri e lui mi sente frugargli dentro, vede nei miei occhi dei bagliori perforanti. I miei occhi che guardano e cercano nei suoi, che cercano e guardano, ma i suoi che mi rimandano indietro solo il riflesso dei miei. I suoi occhi in cui specchio i miei senza perforare l'iride scura. E lo sento fluttuare in una nube lontano. Gli stringo la mano e sorride.
Uno spiraglio di luce si irradia nella stanza e percepisco il suo fluttuare nella polvere finissima, che fa da tramite di quel luogo in cui va. Lo raccolgo nel pulviscolo invisibile in cui si dissipa, ma lui è polvere che non si lascia imbrigliare. Corre sui cavalli per raggiungere quel rifugio evanescente, inaccessibile ai miei piedi di piombo ancorati all'esistenza. Lo guardo intensamente, coll'illusione di poter braccare i suoi spostamenti aerei nella morsa dei miei occhi. Non desisto e non mollo la presa nonostante la mia naturale propensione alla rinuncia. Gli offro riparo dalla mia impazienza e dalla sua insicurezza guardandolo seria nei suoi occhi che ridono e tacciono, e guardandoli sento in quel tacere la volontà di celare un'inadeguatezza di fondo al moto del torrente in cui vorrei si tuffasse senza inibizioni, senza protezioni, presuntuosamente vorrei adescarlo e trascinarlo nel fondo togliendogli il fiato in un solo colpo, ma freno la mia impazienza e lo guardo seria ritrarsi ad ogni mio tocco oculare, mostrando tutta la comprensione possibile ai suoi occhi spauriti che battono in ritirata barricandosi dietro le saracinesche di vili infantilismi espressivi. Le sue occhiate iniettate di un riso malato. Mi riempie di baci e sorride, sorride e mi lascia baci su tutto il viso, poi si stacca e mi guarda, ancora con la faccia impregnata di quell'inconsapevole autoimposizione somatica, una sorta di automatismo che gli fa sollevare gli angoli della bocca fino a formare un sorriso pieno di un disagio di cui non ha piena percezione. Gli rispondo mostrandogli tutta la comprensione possibile, gli apro il varco che deve solamente attraversare, lui mi entra dentro appena, con un impeto e una risoluzione ingannevoli, mi stringe per un attimo e poi subito affoga. Affoga dentro di me aggrappato ai miei seni e io lo accarezzo per trascinarlo a galla e lo bacio sul collo per affievolire il suo ansimare interiore. Lui non dice nulla e poi sorride ancora e comincio un po' ad odiarlo per questo. Percorro la sua schiena con le dita, sorvolano il suo corpo disteso sul mio sfiorando appena la sua pelle morbida e quando non forza gli angoli della bocca provo a insediarmi nella sua stasi gettando ancora i miei occhi come esche rassicuranti nei suoi, e allora lui s'avvicina, gira intorno e.. si ritira, mi dice "sorridimi!".. E io comincio un po' ad odiarlo. A che pensi, mi chiede. Pensi troppo, non devi farlo sempre, mi dice. Stai pensando troppo, e non sa che in realtà non penso, o che penso al mio non pensare qui ed ora con lui, che penso al nulla in cui naufragano i miei occhi nei suoi, o la mia testa parcheggiata nell'incavo della sua clavicola, né carica né sbuffante, piena di mosche attratte dal ristagno in cui me ne sto distesa. Non penso a nulla e non parlo perché mi sento vuota e comincio ad odiarlo un po' per questo. Allora stupidamente fingo un sorriso perché lui mi dice "Sorridi". Con rassegnazione allora sorrido, per non urtarlo. Perché lui mi dice "Sorridi". Ma io ho ormai cominciato ad odiarlo e mi odio a mia volta per doverlo odiare, per non saperlo afferrare. Lui mi guarda  negli occhi e non vede che due iridi mute che penetrano il suo volto, io lo guardo a mia volta e vedo una parete in calce che non so, non posso scalfire. Mi guarda e mi accarezza ed io lo odio sempre di più per la ritrosia stupida con cui recide vilmente la mia presa, perde il controllo e rema contro ogni mio sforzo, ogni tentativo di agganciarlo alle mie anche, vorrebbe esserci mi dice "eccomi" ed è tutto finito prima ancora che io possa accorgermi del suo esserci, e non mi accorgo. Lui mi dice "fatto" io lo accarezzo e lo odio. Perché lui perde il controllo. È lì su di me, dentro di me e poi subito fuori, subito polverizzato, decollato nella sua calotta atmosferica a bassa pressione in cui s'avvolge a guscio e fluttua, come un satellite segue cieco e inconsapevole la sua orbita mentre io sola vado incontro alla catastrofe terrestre. Lui continua inerme a rosolare nei fuochi perpetui del suo assopimento, mentre mi contempla da lontano col suo sguardo patinato, mentre corro presa nell'affanno lo guardo impietosita sorridermi e bruciare. Lui brucia e mi sorride.. Ma io non ho il tempo, penso, non ce l'ho il tempo per spegnerti. E provo disgusto per la pietà che mi trafigge. Guardo i suoi occhi annebbiati naufragare tra le fiamme soporifere e non capire, e neanche capire di non capire. Nel mio affanno non sono capace di spegnerti. Non mi riesce di riempire secchi di disincanto con cui rinfrescarti senza avvertire la mia presunzione che esulta e gode. Per cui scappo, e stavolta scappo anche da te. Ora a inseguirmi ci sono troppi mostri. La pietà e il rimorso si contendono le mie viscere col mio autocompiacimento affamato. E ho paura. Paura delle strane presenze che mi rodono le interiora e che io stessa nutro e voglio nutrire, molto più che di quelle che mi soverchiano dal di fuori. Lo sai l'influsso che hai e lo puoi usare, mi dico. Ma tu vuoi? Puoi fare quello che vuoi. La mia debolezza intrinseca cozza col potere che sento di avere sul di fuori e che mi spaventa. Tu lo sai, mi dico. Sei debole ma hai tutto il potere che vuoi per soffocare ogni tua debolezza. Consumi per tenerti in vita, se lo vuoi, mi dico, e quasi piango senza cacciare lacrime e mi abbandono a spasmi silenziosi fino a immaginare di implodere. Quale diritto ho su di te? Se mi va posso fare male. Farti male. Ma forse posso anche se non voglio. Forse voglio senza volerlo. Non lo voglio razionalmente eppure so che succede o potrebbe e lo accetto come sempre ho fatto. Perché io lo so che non capisci e chi del resto potrebbe, chi del resto vedrebbe. Quali infamie nascondo in ogni carezza, in ogni sguardo in cui vedi dolcezza. Tu non sai e non t'accorgi. E io non so spiegarlo né l'ho fatto mai con chi era prima di te dove tu ora sei, stretto nella stessa camicia di forza di cui ti stai innamorando. E ti ci trovi già bene e ancora non ho cominciato neanche a stringermiti addosso. E per quale ragione ti sta accadendo questo? Mi sazio delle tue debolezze come ho fatto con chi prima di te e tu non t'accorgi. È ancora presto per te ma già lo sento e non voglio. Stavolta non voglio più doverlo volere. E comincio a pensare che sia un problema che non ti riguarda, se non in maniera collaterale a quello che è fondamentalmente la disgrazia inscritta nel mio sistema psichico. Per cui lo so, per me con te è ancora presto e ho il tempo di frenare, posso sterzare e scappare via per evitare di farti del male, nonostante stavolta avessi cercato di promettere a me stessa di farti del bene. Ma non potevo non farne a meno, penso, perché mi serviva ossigeno e così ne succhiavo abbastanza sfiorando con le dita un corpo, quel corpo che ti ha preceduto, quel corpo su cui era così naturale esercitare il mio influsso e fletterlo a mio piacimento sfiorandolo appena, soffiandoci sopra ogni deliberazione più o meno consciamente, ed era in quel soffiare che rinvenivo le tracce di una voluttà struggente, macerata e vicina, quasi inscindibile dal disgusto. Con te ho il tempo di impormi di non volerlo. Ma forse con te è più facile dato che potrei davvero farti del bene o distruggerti, farti del bene mi potrebbe riuscire ora che ho un'idea del come pensarmi in una relazione, e anche distruggerti non voglio volerlo, ma solo perché ti sento troppo distante dalla gabbia in cui striscio. Voli chiuso nella tua capsula senza tempo mentre io sento tutta la pressione piegarmi il collo, cadere sulle ginocchia per un attimo venire a mancare e poi alzarmi e ancora fuggire dalle mie  ombre persecutrici sulla linea di un nastro che si svolge in eterno. E intanto tu sei distante, troppo distante per poter captare un mio segnale quando mi guardi con quegli occhi affollati di nubi. Salvami l'anima! È il grido che rivolgo in alto ai tuoi occhi che stesi su di me volteggiano lungo traiettorie immaginifiche chissà lungo quali vasti pulviscoli. Vorrei prima portarti dentro e farti vedere come io.. L'urgenza maggiore è che tu possa almeno vedermi, perché non vedi. Vorrei accoglierti, calar giù ponti, spalancar porte.. E poi a un certo punto non capisco se sia io a non saper darti la giusta chiave di apertura o sia tu a non vederla mentre te la stringo nella mano. E ogni mio dardo scagliato certo ti colpisce, e se continuassi sempre lo farebbe, ma in maniera distorta, e ciò mi spinge a frenare e correre via. Per non ridurmi a portartici dentro per poi schiacciarti fuggo via. Avrei voluto che tu mi tirassi fuori, avrei voluto vederti prendere cura di te, prenderti cura da me e i miei graffi indecisi, prenderti cura di me. Avrei voluto almeno una volta provare com'è abbandonarsi alla presa di braccia rassicuranti che ti tengano a galla, avrei voluto slegare la testa lasciarla andare, vederla fuggire, cavalcare lontano dalle mie manie di controllo tanto radicate quanto necessarie al mio fragile equilibrio psichico, avrei voluto non voler reclamare il tuo corpo sul mio al solo scopo di alimentare la debole illusione di vivere un rapporto alla pari e non sentirmi in difetto a starti addosso, non sentir palesarsi il mio dominio invisibile su ogni cellula del tuo corpo ingenuo, avrei voluto che t'accorgessi di quello che stava accadendo e afferrassi i miei fianchi nella penombra della mia camera quell'ultima notte che è stata per me la conferma finale che dovevo fermare tutto, dovevo fermarmi, ma ecco avrei voluto solo che fossi tu a farlo, che uscissi dal tuo grigio offuscamento e mi guardassi poi mi prendessi per i fianchi, mi dicessi "va tutto bene", capissi il perché lasciavo scorrere Satie al cellulare coprendo i tuoi spasmi che per me avevano il sapore nauseante di rantoli: mi chiedessi "perché lasci che la musica scorra sul cuscino di fianco?" e non t'attendessi neanche una risposta, ti bastasse leggermi dentro gli occhi ingannevoli, oltre la loro patina di tenerezza luccicante e insidiosa, che spuntasse una ruga di riflessione sulla tua fronte e riconoscessi quei raggi dolcificati che sprigionavano i miei occhi quali terrificanti pitoni che (sono) erano, cibantisi della tua infermità compiaciuti di averti in loro possesso e però disgustati dalla totale tua apatia da preda ormai scarnita, priva di carne viva e pulsante e sensibile ai divertissement dei miei occhi famelici, incapace di giocare con loro impersonando il ruolo che gl'impongono. Quel che avrei voluto e vorrei è un corpo vibrante ad ogni mio tocco o sguardo o sospiro e rispondente a ogni influsso fin dentro ogni singolo strato di tessuto epiteliale, intriso in ogni singola cellula della consapevolezza del gioco a cui partecipa.. Ma la tua presenza è quella di un corpo smunto e evanescente, mi stai sdraiato accanto e sei assente - ti trascino su di me coll'intenzione di schiacciare la pietà che sento formarsi e spandersi nel mio ventre, coll'illusione che il tuo peso su di me risvegli la tua attenzione, ti renda ricettivo per permettermi di modellarti - mi lasci sola coi miei desideri assiderati e in me cresce la nausea e la repulsione per il mucchio di membra che sei e per le quali il mio accanimento perde vigore e mi pervade la voglia di strangolarti perché la pietà non può frapporsi tra me e il tuo corpo, perché ho bisogno delle tue urla di approvazione, senza di esse, senza la visione del sangue ribollente che divampa gioioso dalla tua carne in una danza di contorsioni e lamenti, senza percepire il brivido di voluttà che ti assale nel lasciarti rodere, senza il commovente spettacolo delle tue pupille sfavillanti d'eccitamento per l'essere asservito, senza la tua piena condiscendenza la tua gratitudine e la tua muta implorazione non mi nutrirei abbastanza. Ma non posso toccarti. L'incanto si dissolve se solo provo a sfiorarti, sarebbe come barare con me stessa, non sarebbe leale e non sarebbe uguale. Piegarti senza sfiorarti è l'unico appagamento che cerco. M'avvicino per tastare le tue labbra.. c'è il tuo alito, è pesante e la tua lingua non ha il sapore caldo della vittima che gioca col carnefice piegandosi alle manovre della mia, perché non freme al mio sfiorarla con la mia, vorrei distanziarmi per osservarla fremere e implorare che i miei denti la possiedano fino a farla sanguinare, vorrei che il bacio che ti dessi fosse per te come un farmaco suadente che iniettasse veleno nella tua gola e che tu ne reclamassi ancora e ancora consapevole di assassinarti, mi prendessi per i capelli io sentissi la presenza viva e partecipe delle tue mani affondarmi nelle tempie e implorarmi di succhiarti ogni capacità d'autocontrollo.  
e lo fai forse per sopprimere le voci che hai in testa?

martedì 10 maggio 2016

Continuum

Nella banalità di una routine dispiegantesi lenta come un nastro di attesa del momento in cui, nell'affanno di esercizi quotidiani, tirocinio in vista di... Nella noia di gesti meccanici e il bisogno anestetico di pagine e pagine di libri letti per.., in vista di.., magari un giorno poi. Crescere, crescere, crescere. Crescita cerebrale costruita a tavolino giorno dopo giorno, di fronte la finestra col fascio di luce 12h/24 che irrompe dal frenetico falso movimento del fuori, a testimonianza della vita che si muove fuori. Il tempo che scorre lento ma così in fretta che non t'accorgi dei mesi passati in pochi metri quadri di maioliche vomitevoli a crescere e espanderti cerebralmente sempre compressa nella stanzetta scarna, deturpata  di ogni superfluità che a un ambiente vivibile s'addice, ammobiliata di sola cellulosa. Testa immobile risucchiata nel tavolino, tra le righe stampate di pagine più o meno fitte, attrattane all'interno come la Figura di Bacon protesa e ripresa per la testa nel lavabo-foro-rifugio-fuga dal non senso della rappresentazione. E tutto intorno fuori un girotondo di vuota messinscena; ognuno legato al ruolo che (si) rappresenta, già morto prima di esser mai nato davvero. E io che rifuggo da questo vuoto della vita nel tavolino, contorta sulla sedia io nient'altro che groviglio di carne flagellata dall'abiezione quotidiana dello stare al mondo ancora e sempre in attesa di.., e sempre in fieri eppure in attesa, fuggita dal prima in attesa del poi che mai si staglia, mai percepibile, sempre incompiuta, sempre mancante nell'esperire la mancanza. E ore di notti riempite di film per farle proliferare di un ulteriore senso, lasciando al bisogno troppo squallidamente umano del riposo gli ultimi brandelli ormai assiderati di oscurità che già si rischiara, cogli sporadici cinguettii primaverili di uccellini precoci nel cielo ancora avvolto nel suo acre telo assonnato, a preannunciare ignari e allegri l'incombenza di una nuova voragine giornaliera in cui sprofondare con l'ansia legata a cappio intorno al collo. Addormentarsi presso il riaprirsi della voragine al confine tra notte e alba. Attendere il giorno e tornare ogni mattina, con un tormentoso strofinio delle palpebre nella morsa della Grande Piaga che stringe il suo cappio. Io appesa. Sospesa nell'attesa. E di nuovo è giorno. E allora ingurgito parole stampate come pillole ansiolitiche, e ancora i capelli cadono tra le pagine. Mi mordo i polpastrelli, ripiego misero alle unghie ormai insoddisfacenti per il mio insaziabile nervosismo, devitalizzate e martoriate fino all'inesistenza. Cadono i capelli perché vedo incarnata nelle mie unghie l'immagine evanescente del mio tempo in decomposizione, del tempo a mia disposizione, e non sopporto e i miei capelli cadono. Il tempo scorre sulle mie unghie sfaldate, e soccombenti sotto il peso della sua forza corrosiva irrefrenabile. Ho un cappio al collo ma non mi arresto. Non si dà possibilità di arresto, se mi arresto stringe la presa fino a strangolarmi. Prendo le mie quotidiane pillole stampate e si aprono spazi di possibili evasioni. O forse è solo l'illusione che s'allenti la morsa psichica, che s'assottigli tirando e correndo, a forza di tirare e spostare il pensiero in un altrove dritto davanti a me come un'oasi in un miraggio, e ignorando le ustioni che sgretolano la pelle mentre incedo; puntare dritto a quel ristoro percorrendo gli immensi spazi deserti di riflessioni stampate su carta & di nastri di luce e immagini in movimento che accendono scariche elettriche e generano in me flussi prorompenti di abbaglianti visioni al di la della piattezza di una vita ordinaria del ventunesimo secolo, intuizioni eccedenti le mie capacità di visualizzazione, straripanti, trasbordanti la resistenza materiale della mia percezione, che quindi scorrono via violente lasciandomi stesa senza più fiato, come un derelitto arenato sulla riva del loro oceano che si ritira spumeggiando e cancellando ogni residuo di speranze arcadiche e futuri traguardi idillici, e nel loro ritirarsi, richiudersi in sé sputandomi fuori dopo avermi masticato e accartocciato il cervello, realizzando a un tratto che il mio abuso di esse è e sempre sarà un loro abuso di me, un prelevarmi di quei tornadi di espressione dell'umano dal terriccio bollente che abitualmente calpestiamo, per sollevarmi ad alte quote fino a lasciarmi ricadere tra le sterpaglie,  rimmettere di nuovo nei polmoni l'aria satura di putrefazione che respiriamo nel nostro brancolare tra sguardi e pensieri di convenzione e logiche predeterminate, riconsegnare gli occhi alle squallide radure dell'ordinario elargenti tutt'al più sprazzi di sparute e bieche consolazioni, e lasciare la presa con cui afferravo malamente il vortice, sentire per le ultime briciole d'istanti atemporali la schiuma calda di quelle forze sotterranee&trascendenti che mi solletica dall'interno delle cosce fin sotto le piante dei piedi; sentirle abbandonarmi irreversibilmente, scivolarmi fuori lungo i fianchi stremati dopo la fatica sempre amara e i tentativi troppo miseri di filtrarli, districarli e lasciarli passare fluidi e ritti come fili attraverso la cruna della mia mente con un semplice gesto d'indirizzamento dettato da massima concentrazione e apertura, sperimentare di nuovo e ogni volta come la prima il mio grossolano tremolio come un morbo che mi preclude ogni possibilità di precisione e controllo su quella matassa fluida, e alla fine restare sola, abbattuta, prostrata tra la polvere alzata dal grande tumulto di quel che è svanito, esangue e sottoposta al confronto ultimo e altisonante con la mia Impotenza lì che mi consuma dal di dentro; io sola con Lei, quell'Impotenza che rosicchia ogni strenua volontà di fuga dall'Altra, da quella che si manifesta come Grande Piaga che sta su di me e che cala meccanicamente il suo braccio violaceo di morte attorno al mio collo e lo accalappia.. braccata dentro&fuori, rosa dal dentro e arsa dal fuori, e però risentire le ginocchia farsi forza e sollevarsi in virtù solo della fuga continuamente retrocessa, di una fuga forsennata e paradossalmente statica, inscritta in un nastro eternamente avvolgente su se stesso, condannata al ripiegamento perenne e al pericolo dell'inciampo fatale, dannazione per la vita e a causa della vita, dannazione ch'è l'unica forma possibile della vita, perché unica forza propulsiva capace di spingere avanti questo temporaneo movimento di membra che è la vita medesima, perché tutto.
La dannazione, in ultima istanza, come tutto quel che resta all'alternativa abominevole di attaccarti a sterpaglie e lentamente morire nella terra ardente, da strisciante inetto parassita, accolto nelle braccia esangui di Lei.
E allora combatto il suo cappio intorno al mio collo con la caparbietà che muove ogni mia cellula cerebrale sotto perpetuo sforzo, puntando dritto verso un niente prefisso come meta, verso un'illusione che si solidifica nella reale concretezza del cammino, fatica del movimento cerebrale che è essa stessa- e unicamente- paga in gettoni d'ossigeno, ricambio in linfa vitale che rifluisce nel mio corpo decadente. Vivere di fatica e di elevazione ma non come forma di ascesi spirituale, non come febbrile dedizione giovanile a ideali fatti presenze incombenti e pervasive, ché d'ideali non ce ne son più da inseguire e io sono come l'uomo stirneriano che ha fondato la sua causa sul nulla, ed è la mia unicità che egoisticamente m'interessa, e mi pressa di esser raggiunta, ma ogni passo in direzione di essa è uno spostamento sempre mancato, un moto mai risolutivo di particelle d'atmosfera che cade nel nulla della grande morsa di Lei, ferina e beffarda ciminiera ruminante stagliata sullo sfondo di ogni miserabile vita, figura fatale imperturbabile e massiccia e freddamente in attesa, dietro le quinte di ogni individuale razione di nubi di umana illusione, macchina infernale che d'improvviso si mostra all'orizzonte in tutta la sua naturale crudeltà, dopo esserci stata per tutta la vita alle calcagna come un'oscura e indefinita presenza violacea, ora nitida ed eretta maestosamente come il destino, come uno spettacolo pirotecnico in una notte invernale, come la consapevolezza della morte imminente, esultante nel suo immobilismo vittorioso. E di fronte a Lei ognuno solo, stremato, nel gesto ultimo, sublimazione della tragedia, prima di consegnarsi all'infinita rassegnazione, levando la pugnalata nevrastenica, fatale come un martello che sentenzia la pena, squarcia il proprio cielo di cartapesta e stoicamente si lascia trascinare verso di Lei,  trasposizione fisica del generale e individuale desiderio di auto annientamento, che sfilaccia in apatici brandelli ogni forza di volontà. Chiamarlo fato ineluttabile, tela di ragno universale, magnete irresistibile per ogni forma dello stare al mondo, questo braccio metallico e freddo che non risparmia servili vittime né impetuosi spiriti trapassati dal soffio vitale, che riunisce in un delirio ammaestrato, in una comune danza della morte rassegnati e ostinati, consapevoli e incoscienti, martiri e scellerati, blasfemi e moralisti senza alcuna distinzione, tutti pronti dopo il proprio personale bagno di tribolazioni a offrire il collo che a sento si regge eretto a Lei e farla finita, rassegnazione infinita & estrema risoluzione da malato terminale nel momento in cui finalmente affronta il suo riflesso nello specchio e faccia a faccia con la putredine che ha cercato d'ignorare perseverando nel suo essere decide di accogliere l'inesorabile nella sua definitiva completa apertura - lasciarsi risucchiare nel buco senza più imprecare e urlare e singhiozzare strisciando verso viscosi compromessi e quasi col sorriso beato di chi ha appena trovato la pace con se stesso nel momento estremo di rinuncia al sé.