Nella banalità di una routine dispiegantesi lenta come un nastro di attesa del momento in cui, nell'affanno di esercizi quotidiani, tirocinio in vista di... Nella noia di gesti meccanici e il bisogno anestetico di pagine e pagine di libri letti per.., in vista di.., magari un giorno poi. Crescere, crescere, crescere. Crescita cerebrale costruita a tavolino giorno dopo giorno, di fronte la finestra col fascio di luce 12h/24 che irrompe dal frenetico falso movimento del fuori, a testimonianza della vita che si muove fuori. Il tempo che scorre lento ma così in fretta che non t'accorgi dei mesi passati in pochi metri quadri di maioliche vomitevoli a crescere e espanderti cerebralmente sempre compressa nella stanzetta scarna, deturpata di ogni superfluità che a un ambiente vivibile s'addice, ammobiliata di sola cellulosa. Testa immobile risucchiata nel tavolino, tra le righe stampate di pagine più o meno fitte, attrattane all'interno come la Figura di Bacon protesa e ripresa per la testa nel lavabo-foro-rifugio-fuga dal non senso della rappresentazione. E tutto intorno fuori un girotondo di vuota messinscena; ognuno legato al ruolo che (si) rappresenta, già morto prima di esser mai nato davvero. E io che rifuggo da questo vuoto della vita nel tavolino, contorta sulla sedia io nient'altro che groviglio di carne flagellata dall'abiezione quotidiana dello stare al mondo ancora e sempre in attesa di.., e sempre in fieri eppure in attesa, fuggita dal prima in attesa del poi che mai si staglia, mai percepibile, sempre incompiuta, sempre mancante nell'esperire la mancanza. E ore di notti riempite di film per farle proliferare di un ulteriore senso, lasciando al bisogno troppo squallidamente umano del riposo gli ultimi brandelli ormai assiderati di oscurità che già si rischiara, cogli sporadici cinguettii primaverili di uccellini precoci nel cielo ancora avvolto nel suo acre telo assonnato, a preannunciare ignari e allegri l'incombenza di una nuova voragine giornaliera in cui sprofondare con l'ansia legata a cappio intorno al collo. Addormentarsi presso il riaprirsi della voragine al confine tra notte e alba. Attendere il giorno e tornare ogni mattina, con un tormentoso strofinio delle palpebre nella morsa della Grande Piaga che stringe il suo cappio. Io appesa. Sospesa nell'attesa. E di nuovo è giorno. E allora ingurgito parole stampate come pillole ansiolitiche, e ancora i capelli cadono tra le pagine. Mi mordo i polpastrelli, ripiego misero alle unghie ormai insoddisfacenti per il mio insaziabile nervosismo, devitalizzate e martoriate fino all'inesistenza. Cadono i capelli perché vedo incarnata nelle mie unghie l'immagine evanescente del mio tempo in decomposizione, del tempo a mia disposizione, e non sopporto e i miei capelli cadono. Il tempo scorre sulle mie unghie sfaldate, e soccombenti sotto il peso della sua forza corrosiva irrefrenabile. Ho un cappio al collo ma non mi arresto. Non si dà possibilità di arresto, se mi arresto stringe la presa fino a strangolarmi. Prendo le mie quotidiane pillole stampate e si aprono spazi di possibili evasioni. O forse è solo l'illusione che s'allenti la morsa psichica, che s'assottigli tirando e correndo, a forza di tirare e spostare il pensiero in un altrove dritto davanti a me come un'oasi in un miraggio, e ignorando le ustioni che sgretolano la pelle mentre incedo; puntare dritto a quel ristoro percorrendo gli immensi spazi deserti di riflessioni stampate su carta & di nastri di luce e immagini in movimento che accendono scariche elettriche e generano in me flussi prorompenti di abbaglianti visioni al di la della piattezza di una vita ordinaria del ventunesimo secolo, intuizioni eccedenti le mie capacità di visualizzazione, straripanti, trasbordanti la resistenza materiale della mia percezione, che quindi scorrono via violente lasciandomi stesa senza più fiato, come un derelitto arenato sulla riva del loro oceano che si ritira spumeggiando e cancellando ogni residuo di speranze arcadiche e futuri traguardi idillici, e nel loro ritirarsi, richiudersi in sé sputandomi fuori dopo avermi masticato e accartocciato il cervello, realizzando a un tratto che il mio abuso di esse è e sempre sarà un loro abuso di me, un prelevarmi di quei tornadi di espressione dell'umano dal terriccio bollente che abitualmente calpestiamo, per sollevarmi ad alte quote fino a lasciarmi ricadere tra le sterpaglie, rimmettere di nuovo nei polmoni l'aria satura di putrefazione che respiriamo nel nostro brancolare tra sguardi e pensieri di convenzione e logiche predeterminate, riconsegnare gli occhi alle squallide radure dell'ordinario elargenti tutt'al più sprazzi di sparute e bieche consolazioni, e lasciare la presa con cui afferravo malamente il vortice, sentire per le ultime briciole d'istanti atemporali la schiuma calda di quelle forze sotterranee&trascendenti che mi solletica dall'interno delle cosce fin sotto le piante dei piedi; sentirle abbandonarmi irreversibilmente, scivolarmi fuori lungo i fianchi stremati dopo la fatica sempre amara e i tentativi troppo miseri di filtrarli, districarli e lasciarli passare fluidi e ritti come fili attraverso la cruna della mia mente con un semplice gesto d'indirizzamento dettato da massima concentrazione e apertura, sperimentare di nuovo e ogni volta come la prima il mio grossolano tremolio come un morbo che mi preclude ogni possibilità di precisione e controllo su quella matassa fluida, e alla fine restare sola, abbattuta, prostrata tra la polvere alzata dal grande tumulto di quel che è svanito, esangue e sottoposta al confronto ultimo e altisonante con la mia Impotenza lì che mi consuma dal di dentro; io sola con Lei, quell'Impotenza che rosicchia ogni strenua volontà di fuga dall'Altra, da quella che si manifesta come Grande Piaga che sta su di me e che cala meccanicamente il suo braccio violaceo di morte attorno al mio collo e lo accalappia.. braccata dentro&fuori, rosa dal dentro e arsa dal fuori, e però risentire le ginocchia farsi forza e sollevarsi in virtù solo della fuga continuamente retrocessa, di una fuga forsennata e paradossalmente statica, inscritta in un nastro eternamente avvolgente su se stesso, condannata al ripiegamento perenne e al pericolo dell'inciampo fatale, dannazione per la vita e a causa della vita, dannazione ch'è l'unica forma possibile della vita, perché unica forza propulsiva capace di spingere avanti questo temporaneo movimento di membra che è la vita medesima, perché tutto.
La dannazione, in ultima istanza, come tutto quel che resta all'alternativa abominevole di attaccarti a sterpaglie e lentamente morire nella terra ardente, da strisciante inetto parassita, accolto nelle braccia esangui di Lei.
E allora combatto il suo cappio intorno al mio collo con la caparbietà che muove ogni mia cellula cerebrale sotto perpetuo sforzo, puntando dritto verso un niente prefisso come meta, verso un'illusione che si solidifica nella reale concretezza del cammino, fatica del movimento cerebrale che è essa stessa- e unicamente- paga in gettoni d'ossigeno, ricambio in linfa vitale che rifluisce nel mio corpo decadente. Vivere di fatica e di elevazione ma non come forma di ascesi spirituale, non come febbrile dedizione giovanile a ideali fatti presenze incombenti e pervasive, ché d'ideali non ce ne son più da inseguire e io sono come l'uomo stirneriano che ha fondato la sua causa sul nulla, ed è la mia unicità che egoisticamente m'interessa, e mi pressa di esser raggiunta, ma ogni passo in direzione di essa è uno spostamento sempre mancato, un moto mai risolutivo di particelle d'atmosfera che cade nel nulla della grande morsa di Lei, ferina e beffarda ciminiera ruminante stagliata sullo sfondo di ogni miserabile vita, figura fatale imperturbabile e massiccia e freddamente in attesa, dietro le quinte di ogni individuale razione di nubi di umana illusione, macchina infernale che d'improvviso si mostra all'orizzonte in tutta la sua naturale crudeltà, dopo esserci stata per tutta la vita alle calcagna come un'oscura e indefinita presenza violacea, ora nitida ed eretta maestosamente come il destino, come uno spettacolo pirotecnico in una notte invernale, come la consapevolezza della morte imminente, esultante nel suo immobilismo vittorioso. E di fronte a Lei ognuno solo, stremato, nel gesto ultimo, sublimazione della tragedia, prima di consegnarsi all'infinita rassegnazione, levando la pugnalata nevrastenica, fatale come un martello che sentenzia la pena, squarcia il proprio cielo di cartapesta e stoicamente si lascia trascinare verso di Lei, trasposizione fisica del generale e individuale desiderio di auto annientamento, che sfilaccia in apatici brandelli ogni forza di volontà. Chiamarlo fato ineluttabile, tela di ragno universale, magnete irresistibile per ogni forma dello stare al mondo, questo braccio metallico e freddo che non risparmia servili vittime né impetuosi spiriti trapassati dal soffio vitale, che riunisce in un delirio ammaestrato, in una comune danza della morte rassegnati e ostinati, consapevoli e incoscienti, martiri e scellerati, blasfemi e moralisti senza alcuna distinzione, tutti pronti dopo il proprio personale bagno di tribolazioni a offrire il collo che a sento si regge eretto a Lei e farla finita, rassegnazione infinita & estrema risoluzione da malato terminale nel momento in cui finalmente affronta il suo riflesso nello specchio e faccia a faccia con la putredine che ha cercato d'ignorare perseverando nel suo essere decide di accogliere l'inesorabile nella sua definitiva completa apertura - lasciarsi risucchiare nel buco senza più imprecare e urlare e singhiozzare strisciando verso viscosi compromessi e quasi col sorriso beato di chi ha appena trovato la pace con se stesso nel momento estremo di rinuncia al sé.
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